I Giudici di secondo grado hanno confermato la sentenza del Tribunale ritenendo il camice bianco responsabile del decesso di una paziente di 52 anni

La Corte di Appello di Bari ha confermato la condanna a 10 mesi e 20 giorni di reclusione per un medico in servizio nel 2010 presso l’Ospedale di Bitonto. L’uomo, che ha ottenuto la sospensione condizionale della pena, era finito a giudizio per la morte di una paziente di 52 anni giunta in Pronto soccorso accusando un forte dolore al petto.
La paziente venne dimessa dopo appena 24 minuti con una diagnosi di torocoalgia e la prescrizione di una cura di aerosol ma la mattina successiva si era accasciata in casa priva di sensi. Nonostante l’intervento del 118 e la disperata corsa verso l’Ospedale San Paolo Di Bari, la signora non sopravvisse. Poco dopo le 10, venne accertato il decesso per “insufficienza cardiorespiratoria irreversibile”.
Secondo le conclusioni dei medici legali incaricati dalla Procura, in seguito alla denuncia presentata dai familiari della vittima, la morte sarebbe stata causata da una dissezione con rottura aortica del cavo pleurico.
Nella relazione medica dei periti si fa riferimento a un gestione medica posta in essere presso il Pronto Soccorso di Bitonto “censurabile per la sussistenza di elementi di colpa caratterizzati da negligenza (per aver omesso di effettuare o, almeno, disporre un monitoraggio clinico-strumentale-laboratoristico ben più prolungato di quello concretamente attuato), imprudenza (per aver frettolosamente dimesso la paziente senza neanche un’ipotesi diagnostica orientativa), ed anche imperizia, almeno relativamente ai consigli terapeutici, che non tennero conto né dell’assenza di indicazioni, né, cosa ancor più grave, di precise controindicazioni, almeno potenziali (grave cardiopatia presunta in atto), all’assunzione del principio attivo “Breva”.
Secondo i consulenti. l’adozione della condotta medica che doveva ritenersi più corretta in quei frangenti “avrebbe comportato un rilevante incremento, per la paziente, delle chances di sopravvivenza a lungo termine”, scongiurando o ritardando significativamente l’evento-morte.
Dopo il rinvio a giudizio e la condanna in primo grado, con rito abbreviato, nel 2013, la sentenza dei giudici di appello conferma quindi i profili di responsabilità del camice bianco che ora dovrà oltretutto risarcire il figlio e i fratelli della vittima, secondo quanto verrà disposto in sede civile.
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