In primo e secondo grado al lavoratore viene riconosciuta la natura professionale della malattia, ma l’Inail afferma le difficoltà di accertamento per patologie multifattoriali (Cassazione Civile, sez. lav., sentenza n. 3268/2021 del 10 febbraio 2021)

Con sentenza del 3.10.2014, la Corte d’Appello di Bologna confermava la pronuncia di primo grado che accoglieva la domanda del lavoratore per il riconoscimento del carattere professionale della malattia da cui era affetto, condannando l’INAIL a corrispondere le provvidenze di legge.

Avverso la decisione della Corte d’Appello di Bologna l’Inail ricorre in Cassazione.

Preliminarmente gli Ermellini evidenziano che, considerato l’avvenuto decesso della parte controricorrente, opera il principio dell’impulso d’ufficio e non trovano applicazione i comuni eventi interruttivi del processo contemplati in via generale dalla legge (Cass. n. 7477/2017).

L’Inail articola un unico motivo di censura.

In sintesi, denuncia la nullità della sentenza d’appello per contrasto tra il dispositivo e la motivazione.

La Corte territoriale – che rigettava l’appello dell’Inail -, da atto nella parte motiva delle conclusioni del CTU nominato in secondo grado che aveva “escluso (…) che allo stato attuale delle conoscenze il linfoma di Hodgkin possa avere origine in esposizioni occupazionali” e che “la malattia che ha colpito il lavoratore (…) rientri nella tabella delle malattie professionali (…) per le quali opera la presunzione legale d’origine”.

All’uopo viene ribadito il consolidato orientamento secondo cui, nel rito del lavoro, “il dispositivo letto in udienza è atto processuale a rilevanza esterna che racchiude tutti gli elementi del comando giudiziale, i quali, oltre a poter essere portati immediatamente ad esecuzione nei casi previsti dalla legge, non possono essere mutati in sede di redazione della motivazione, onde il contrasto insanabile fra motivazione e dispositivo determina la nullità della sentenza, con conseguente impossibilità di applicare il procedimento di correzione ex art. 287 c.p.c.”.

Nel caso specifico, tale contrasto è assoluto.

Non è corretto giustificare il rigetto dell’appello con le considerazioni svolte nella parte motiva della sentenza, univocamente orientate al riconoscimento della tesi dell’Istituto allora appellante circa l’insussistenza di un nesso di causalità tra l’attività lavorativa svolta dalla parte controricorrente e la malattia di cui era portatore.

Tale contrasto non può essere risolto in via interpretativa in quanto le considerazioni svolte nella sentenza circa “le difficoltà di accertamento medico legale in relazione a patologie multifattoriali, come quella in esame” appaiono indirizzate a giustificare la compensazione delle spese del grado, non già come finalizzate al rigetto del gravame.

Per tale ragione la sentenza d’appello deve essere cassata.

In conclusione, la Suprema Corte, in accoglimento del ricorso dell’Inail, cassa la sentenza della Corte d’Appello e rinvia alla medesima Corte, in diversa composizione.

Avv. Emanuela Foligno

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