Nei casi di malpractice medica la responsabilità del debitore presuppone la dimostrazione del nesso causale tra condotta del medico e danno

Avevano agito in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni, patrimoniali e non, per la morte della madre. Le eredi della donna, tuttavia, si erano viste respingere le proprie pretese sia in primo grado che in appello. Si erano quindi rivolte alla Suprema Corte di Cassazione lamentando la violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 del codice civile sulla responsabilità del debitore. A loro avviso, la Corte territoriale aveva errato nell’individuazione del contenuto dell’onere della prova di chi agisce per responsabilità contrattuale.

Secondo le ricorrenti, inoltre, il Giudice d’appello aveva aderito acriticamente alla C.T.U. Il tutto senza tenere in considerazione le risultanze emerse dalla relazione dell’ausiliario ematologo e da tutti i dati clinici rinvenibili nella documentazione versata in atti.

In relazione al primo motivo di doglianza la Cassazione, con la sentenza n. 19204/2018, ha ritenuto infondata l’impugnazione della sentenza di secondo grado.

Nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità medica, secondo l’orientamento giurisprudenziale di legittimità, compete infatti al paziente che si assuma danneggiato dimostrare l’esistenza del nesso causale tra la condotta del medico e il danno di cui chiede il risarcimento.

La previsione dell’art. 1218 c.c., infatti, esonera il creditore dell’obbligazione asseritamente non adempiuta dall’onere di provare la colpa del debitore. Non da quello di dimostrare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui si chiede il risarcimento.

Se, al termine dell’istruttoria, non risulti provato il nesso tra condotta ed evento, la domanda deve essere rigettata.

Con riferimento al secondo motivo, i Giudici del Palazzaccio hanno invece ritenuto il ricorso inammissibile. Il giudice a quo, infatti, aveva scandito con passaggi motivazionali inequivoci, comprensibili e logici che non era stata provata l’erroneità delle conclusioni della C.T.U. Ciò neppure tramite il supporto della consulenza ematologica. La Corte territoriale, inoltre, aveva correttamente rilevato come fosse vero che le scelte terapeutiche fatte furono conseguenza di una errata diagnosi.

 

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