Riconosciuto il risarcimento del danno differenziale per errato intervento di rimozione di ernia discale che veniva eseguito sul livello vertebrale superiore

Il paziente conviene in giudizio (Tribunale di Rimini, sentenza n. 812 del 24 novembre 2020), ortopedico e Struttura Sanitaria onde ottenere il risarcimento dei danni a causa della negligente, imprudente e imperita esecuzione dell’intervento chirurgico per la rimozione di ernia discale.

Nello specifico il paziente lamenta che il Medico avrebbe commesso un errore di valutazione, eseguendo l’intervento chirurgico sul superiore livello vertebrale L3 – L4 , invece che sul livello L4 – L5, determinante un peggioramento delle proprie condizioni di vita e di salute, oltre a colposo ritardo nell’esecuzione di corretto intervento al livello L4-L5 e genericità del consenso informato.

Si costituisce in giudizio la Struttura sanitaria evidenziando la correttezza dell’operato e specificando che all’esito della visita del 15/04/2010 veniva posta diagnosi di ernia discale L4 – L5 sinistra espulsa con deficit della 5° lombare e consigliato trattamento chirurgico appena possibile, atteso che , all’esito della T.A.C. del 13/03/2010 , era emersa la presenza di “ernia discale posteriore L3 – L4 con impronta sul sacco durale e protrusione discale posteriore in L4 – L5 con voluminosa ernia discale posteriore espulsa e migrata inferiormente con impronta sul sacco durale e sulla radice spinale di L5 sinistra “.

Si costituivano, altresì, in giudizio il Chirurgo Ortopedico e le Compagnie d’assicurazione della Struttura e del Medico.

La causa veniva istruita con l’effettuazione di CTU Medico-legale.

Preliminarmente il Tribunale svolge una panoramica sull’inquadramento giuridico della responsabilità sanitaria, ponendo l’accento sui due interventi riformatori del Decreto Balduzzi e della Legge Gelli-Bianco.

Quest’ultimo intervento, ricorda il Tribunale, ha introdotto significative novità circa la natura della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, lasciando invece immutata la responsabilità contrattuale della struttura ospedaliera.

L’art. 7, comma 3, prevede che l’esercente la professione sanitaria risponde del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 c.c., tranne che nei casi in cui abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta direttamente con il paziente.

Sulla base del principio generale, secondo il quale la legge non dispone che per l’avvenire (art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale), a tali disposizioni non può essere riconosciuta efficacia retroattiva.

In ogni caso, quanto alla disposizione di cui al l’articolo 3, comma 1, della L. 189/2012 , il Tribunale  ritiene di aderire all’orientamento maggioritario, sostenuto anche dalla giurisprudenza di legittimità ( da ultimo Cass., sez. III, 11 /11 /2019, n. 28994), secondo il quale il riferimento all’art. 2043 c.c., contenuto nella norma sopra citata, non ha mutato i connotati salienti della responsabilità medica in ambito civile, che resta, sia per quanto riguarda il sanitario che ha operato, sia per ciò che riguarda la struttura sanitaria, di natura contrattuale.

Ne deriva che ai fini del riparto dell’onere probatorio il paziente danneggiato potrà limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o del contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia e ad allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo invece a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato, ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante.

In altri termini il danneggiato è esonerato dal provare la negligenza del sanitario, potendosi limitare ad allegare condotte imperite attive od omissive del medico.

Il CTU incaricato osserva: “nel marzo 2010 il paziente era affetto da patologia del rachide (colonna vertebrale) lombare consistente in “al passaggio L3 -L4 è presente ernia discale posteriore paramediana sin., con impronta sul sacco durale. Al passaggio L4 -L5 è presente protrusione discale posteriore ad ampio raggio; il quadro è complicato dalla presenza di voluminosa ernia discale posteriore paramediana e foraminale sin. che è espulsa e migrata inferiormente di alcuni millimetri, con impronta sul sacco durale e sulla radice spinale di L5 di tale dato”.

E, dopo aver richiamato le previsioni delle linee guida SIOT del 2016, in riferimento alla natura e alla difficoltà nell’esecuzione dell’atto operatorio, e averle confrontate con la vicenda clinica dell’attore,  ha osservato che “l’intervento eseguito era indicato nella patologia in questione ma avvenne un errore materiale nella scelta del livello anatomico sottoposto ad intervento: L3 -L4 anziché L4 -L5. L’intervento eseguito, ancorché di ambito specialistico ortopedico, non può essere considerato di difficile esecuzione e non fu eseguito con adeguata perizia poiché si intervenne su livello vertebrale superiore rispetto a quello indicato.”

“Nella descrizione dell’intervento si annota il livello L4 -L5, il che testimonia che l’operatore era convinto di eseguire l’intervento su un livello diverso (L4 -L5) da quello effettivamente operato (L3 – L4). Inoltre, la procedura chirurgica si complicava con lo sviluppo di un ematoma post -chirurgico a livello L3 -L4 con conseguente marcata compressione sul sacco durale e sulle radici spinali che, unitamente alla ernia discale L4 -L5 inoperata, richiedeva un nuovo intervento chirurgico. Non si è in grado di stabilire, dalla revisione documentale, quale sia stata materialmente la causa dell’ematoma, che è ben conosciuto tra le complicanze generiche della discectomia e che può essere associato ad un sanguinamento intra -operatorio eccessivo o scarsamente controllato. Spesso i pazienti hanno pochi disturbi inizialmente, ma in seguito si sviluppa un significativo dolore crescente alla schiena. Questo può progredire fino a un dolore costante alla gamba con deficit neurologici prima non presenti e nei casi gravi, a una sindrome della cauda equina. La presenza di un ematoma del focolaio operatorio costituisce un’emergenza chirurgica, che richiede una decompressione. Nel caso specifico, non si può escludere che abbia contribuito all’occorrenza dell’ematoma l’ipertensione non trattata di cui soffriva il paziente e che complicò il decorso post operatorio con crisi ipertensive sottoposte a consulenza cardiologica (vedi diario clinico del 2, 3 e 4.5.2010) ma ciò non apporta cambiamenti ai fini dell’attribuzione del nesso causale dal momento che l’ematoma ha complicato un intervento “errato”, poiché erroneamente eseguito su livello diverso da quello concordato e programmato, e per cui, peraltro, non è stato espresso alcun consenso”.

Riguardo l’esecuzione del secondo intervento il CTU afferma che “non appaiono configurarsi inadeguatezze di esecuzione del secondo intervento”.

Riguardo le conseguenze negative lamentate dal danneggiato, il CTU evidenzia che ” La visita medico -legale collegiale riscontra una riduzione della circonferenza dell’arto inferiore sinistro rispetto al controlaterale e la presenza di una sintomatologia clinica rappresentata da assenza dei riflessi Achilleo e medio plantare ed ipoestesia distale di gamba e piede omolaterali associati a sensazione di bruciore tipici di una radicolopatia L5 -S1. Tale sintomatologia non può essere imputabile alla minima protrusione erniaria discale L5 -S1, poiché quest’ultima non determina compressione né sul sacco durale, né sulle radici nervose ed essendo pressoché risolti anche i fenomeni compressivi radicolari e sul sacco durale è plausibile supporre che l’interessamento nervoso evidenziato sia da attribuire alla complicanza compressiva avvenuta nel primo postoperatorio “.

Ciò posto, il Tribunale riconosce la responsabilità della Struttura sanitaria in quanto risulta dimostrato che il primo intervento veniva erroneamente eseguito sul livello vertebrale superiore L3 – L4, in vece che su l livello L4 -L5 , ove era presente un’ernia definita come molto voluminosa e che necessitava di essere asportata in tempi brevi .

Oltretutto, la circostanza che al livello L3 -L4 vi fosse un’altra ernia doveva essere ben nota al momento dell’operazione, visto il referto della TAC eseguita dal paziente nel marzo 2010, con conseguente necessità di prestare particolare attenzione alla corretta individuazione della sede dell’intervento.

I Consulenti hanno quantificato un danno biologico permanente nella misura del 12-13% e hanno ritenuto che gli esiti attesi di un intervento corretto su rachide affetto da patologia degenerativa consimile sarebbero orientativamente corrisposti a 5 -6% dunque, rispetto al danno attuale (del 12 -13%), il danno differenziale viene dunque attribuito nel 7%.

Il Tribunale, pertanto, quantifica il danno utilizzando le Tabelle milanesi e addiviene all’importo di euro 25.287,00, oltre a euro 1.220,00 per inabilità temporanea.

Inoltre, vengono ravvisati i presupposti per la personalizzazione della liquidazione nella misura del 10% sull’importo del danno biologico permanente in considerazione delle ripercussioni subite per effetto dell’evento dannoso, con particolare riferimento all’ulteriore sofferenza di eseguire a breve distanza di pochi giorni un secondo intervento chirurgico.

Inoltre, il paziente “si sveglia spesso di notte perché ha crampi al polpaccio e sensazione di bruciore al piede sinistro e necessità di togliere la scarpa “.

Respinta, invece, la domanda inerente vizi del consenso informato prestato in quanto la CTU ha evidenziato che la modulistica era chiara, dettagliata e completa.

Egualmente respinta la richiesta risarcitoria patrimoniale per lesione della capacità lavorativa specifica, esclusa dalla CTU.

In conclusione, il Tribunale condanna la Struttura sanitaria al risarcimento nei confronti del paziente dell’importo di euro 29.162,81 e dichiara, nei rapporti interni tra Chirurgo Ortopedico e Struttura, che l’obbligazione risarcitoria venga ripartita nella misura del 50%.

Non si condivide appieno la motivazione del Tribunale riguardo la personalizzazione del danno.

Gli ormai noti interventi della Suprema Corte dell’11 novembre 2019 hanno definito in maniera cristallina in quali ipotesi può legittimamente essere personalizzato il danno.

In presenza di una lesione permanente alla salute, riconoscere una somma di denaro a titolo di danno biologico e un’ulteriore somma a titolo di vari pregiudizi che sono comunque espressione della invalidità subita dal danneggiato (come il pregiudizio alla vita di relazione o allo svolgimento delle attività quotidiane), costituisce una duplicazione del risarcimento danno inammissibile.

Il fatto che il danneggiato abbia subito un secondo intervento a distanza del primo errato e che venga colto da crampi durante la notte, sono “circostanze” pacificamente ricomprese nel danno biologico.

Per contro se quelle “circostanze” non rientrano nella normalità e non sono comuni a tutte le persone che subiscono quel tipo di lesione alla salute, andava fornita una adeguata motivazione.

Avv. Emanuela Foligno

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