La Suprema Corte si pronuncia nuovamente sul principio di vicinanza della prova e sull’onere probatorio delle parti in caso di responsabilità sanitaria

Un uomo evocava a giudizio l’Azienda Sanitaria di Pistoia per vederla condannare al risarcimento dei danni subiti a causa dell’errata diagnosi circa la frattura della clavicola e di alcune costole, resa dal personale del Pronto Soccorso.

Nello specifico, dopo una caduta da cavallo, veniva trasportato presso il Pronto Soccorso di Pistoia, dove diagnosticavano una contusione emitorace destra, senza riscontrare fratture, successivamente rilevate, però, presso uno studio radiologico privato.

Si costituiva in giudizio l’Azienda ospedaliera rilevando che l’esame radiologico non avrebbe evidenziato patologie della clavicola e chiedendo il rigetto della domanda.

Il Giudice di primo grado rigettava la domanda per mancata produzione in giudizio delle immagini radiologiche.

L’uomo propone appello deducendo di non avere posto a fondamento della pretesa risarcitoria l’errata refertazione delle immagini radiologiche, ma una errata diagnosi, e che l’onere della prova gravava sull’Azienda Ospedaliera.

La Corte d’Appello di Firenze rigettava l’impugnazione evidenziando che la domanda originaria dell’uomo faceva riferimento all’errata diagnosi delle fratture riscontrate dopo un mese dalla caduta da cavallo, a seguito della quale si era recato presso il Pronto Soccorso e che era dunque onere del danneggiato produrre la relativa documentazione, non potendo la CTU sopperire all’inerzia della parte.

La vicenda approda in Cassazione (sez. VI, sentenza n. 26905 del 26 novembre 2020), ove l’uomo lamenta violazione delle norme inerenti l’onere della prova.

Sostanzialmente il danneggiato ribadisce che la domanda originaria proposta con citazione non si basa sulle indagini radiologiche erroneamente interpretate, ma sulla generica diagnosi non corretta della patologia.

La Corte territoriale, errando, avrebbe fatto ricadere sul danneggiato le conseguenze negative del riparto della prova, attesa la mancata produzione delle immagini radiografiche. Invece, trattandosi di responsabilità contrattuale derivante dall’esecuzione non diligente della prestazione medica, spetterebbe al Sanitario, in virtù del principio di vicinanza della prova, dimostrare che l’inadempimento era avvenuto senza colpa.

Sulla scorta di tali considerazioni il danneggiato ribadisce di avere provato l’esistenza del contratto di spedalità attraverso la produzione del verbale di Pronto Soccorso e l’aggravamento della patologia, attraverso la produzione dell’esame effettuato presso lo studio radiologico privato e la consulenza medica di parte.

Con il secondo motivo di impugnazione l’uomo eccepisce il mancato esperimento della  CTU argomentando che la responsabilità invocata si fonderebbe sull’errata diagnosi e non sulle immagini radiologiche e che la CTU invocata avrebbe avuto una funzione percipiente.

Gli Ermellini considerano i motivi inammissibili.

In prima battuta, inammissibili perché ripropongono de plano le medesime argomentazioni dell’appello senza il dovuto confronto con le argomentazioni della decisione impugnata.

In secondo luogo, le censure sono dedotte senza allegare, trascrivere o individuare la localizzazione e precisare il momento processuale della produzione di tali atti.

Inoltre, entrambi i Giudici di merito rilevavano la mancata produzione in giudizio delle immagini radiografiche del 6 novembre 2011 e del 7 dicembre 2011.

Ed ancora, il ricorrente non ha contrastato le argomentazioni della Corte di merito riguardo la mancata prova dell’aggravamento che veniva ricollegata alla prima diagnosi e di indicazione di giustificazioni riguardo l’omessa produzione in giudizio dei documenti sanitari.

Oltre a ciò, il danneggiato pone alla Suprema Corte una questione nuova riguardo la prospettazione del principio della vicinanza della prova, in base alla quale incomberebbe sull’Azienda l’onere di allegare gli elementi documentali.

Le censure proposte non colgono nel segno poiché, con riferimento alle seconde radiografie del dicembre 2011 -non prodotte in giudizio-, non può discorrersi di principio di vicinanza della prova essendo l’esame in questione svolto presso una struttura differente.

A prescindere da ciò, affermano gli Ermellini, le questioni sollevate rimangono comunque infondate sulla scorta dell’orientamento in tema di nesso causale nella materia della responsabilità medica.

Con impulso di continuità ai principi affermati in materia di nesso di causalità (18392/2018 e 28991/2019) il Collegio ribadisce che in presenza di responsabilità contrattuale, l’onere della prova riferito al nesso di causalità materiale tra condotta sanitaria e evento lesivo, “allocando il rischio della causa ignota (ossia di un accertamento che non sia in grado di riconoscere, nella condotta professionale, in quanto “più probabile che non”, un fattore causale – esclusivo o concorrente – dell’evento lesione della salute) interamente sul paziente che chiede il risarcimento del danno”.

La causalità materiale si riferisce anche all’ambito contrattuale e deve essere distinta dal giudizio di imputazione della responsabilità, che concerne il profilo soggettivo, riguardando la verifica del disvalore della condotta sul piano dell’elemento del dolo e della colpa.

Nel modello contrattuale l’evento lesivo è già predefinito dal risultato oggetto del contratto medesimo alla cui realizzazione è finalizzata l’obbligazione dell’esecuzione della prestazione strumentale al raggiungimento del risultato.

Conseguentemente, ove il risultato sia identificabile ex ante, l’evento lesivo si determina automaticamente, in conseguenza dell’inadempimento; proprio per tale ragione il danneggiato dalla prestazione sanitaria non può limitarsi ad allegare l’inadempimento del debitore-sanitario-struttura, perché lo schema della responsabilità contrattuale sanitaria riguarda rapporti in cui il risultato non è automaticamente assicurato dall’esecuzione della prestazione.

Nei rapporti professionali, nell’individuazione dell’evento lesivo è necessario distinguere due profili del rapporto obbligatorio:

1) l’interesse primario della parte, rappresentato dall’interesse al ripristino o miglioramento o non aggravamento delle condizioni di salute;

2) l’interesse strumentale alla corretta esecuzione della prestazione tecnica, in ossequio alle leges artis.

Ciò posto, l’allegazione dell’inadempimento non è sufficiente a dimostrare anche il nesso di causalità, ovverosia la derivazione eziologica della lesione dalla condotta del sanitario perchè il tipo di prestazione professionale non garantisce e non assicura la realizzazione del risultato primario.

Per tale ragione è da utilizzarsi la regola generale che impone al danneggiato di fornire la prova (anche presuntiva) anche del nesso di causalità materiale tra la condotta e l’evento lesivo della salute.

Ragionando in termini differenti si riconoscerebbe all’esecuzione della prestazione terapeutica la certezza del raggiungimento del risultato della guarigione.

La natura dell’obbligazione del Medico impone una condotta conforme alle regole dell’arte, ma non è in grado di garantire l’esito delle cure.

Conseguentemente, vive il doppio ciclo causale:

“- solo dopo che il paziente ha dimostrato che tra il peggioramento della salute o la mancata guarigione e la condotta tenuta dal medico (indipendentemente dall’elemento soggettivo di imputazione della responsabilità) sussiste il nesso di derivazione causale,

– sarà onere del professionista fornire la prova della causa esterna alternativa, imprevedibile ed inevitabile, ovvero che l’inadempimento (inteso quale divergenza della prestazione rispetto alle “leges artis”) è avvenuto per una causa sopravvenuta di impossibilità della prestazione.”

Ribadito l’inquadramento, la Suprema Corte ritiene corretta la decisione del Giudice di secondo grado che ha fatto propria la tesi del Tribunale secondo cui l’attore non avrebbe fornito la prova del nesso causale attraverso la produzione delle immagini radiografiche relative ad entrambe le refertazioni cui lo stesso attore asseriva di essersi sottoposto.

La domanda risarcitoria azionata  presupponeva l’allegazione da parte del paziente sia della errata iniziale diagnosi imputata all’ospedale di Pistoia, relativa alle prime radiografie, sia sull’aggravamento che il ricorrente ricollega alla prima diagnosi rispetto alla quale la CTU avrebbe avuto una funzione esplorativa.

In conclusione il ricorso viene dichiarato inammissibile.

Avv. Emanuela Foligno

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