Nelle Regioni che da anni hanno applicato delle metodiche di risk management c’è stata una riduzione dell’ammontare delle richieste risarcitorie e una diminuzione della medicina difensiva

A due anni dall’entrata in vigore della legge sulla sicurezza delle cure e della responsabilità professionale sanitaria vengono presentati alcuni dati sugli effetti della norma. A fornirli, in occasione di un convegno alla Camera, l’ex deputato e relatore del provvedimento Federico Gelli e oggi presidente della Fondazione Italia in Salute. Si tratta ancora di dati incompleti – specifica Gelli – “ma possiamo già dire che nelle Regioni che da anni hanno applicato delle metodiche di risk management c’è stata una chiara deflazione del contenzioso, una riduzione dell’ammontare delle richieste risarcitorie ed una diminuzione della medicina difensiva”.
“Il processo è ancora lungo, ricordiamo che mancano quattro decreti attuativi sul tema assicurativo da approvare”. Il DG del Ministero dello Sviluppo Economico, Mario Fiorentino, avrebbe annunciato per il prossimo 9 maggio la convocazione del tavolo di lavoro per sciogliere gli ultimi nodi e arrivare in tempi brevi all’emanazione dei decreti. “Questo – afferma Gelli – è un segnale molto importante. Inoltre, sono stato informato che il DG della prevenzione sanitaria, Claudio D’Amario, alla luce della segnalazione fatta questa mattina circa l’assenza di un macro-obiettivo riguardante la sicurezza delle cure nel Piano nazionale per la prevenzione del ministero della Salute, si è impegnato ad un’integrazione che prevederà misure preventive e formative nell’ambito della sicurezza delle cure e del rischio in sanità”.
“In Toscana si fa attività di prevenzione del rischio da circa 10 anni, e i risultati che si stanno oggi registrando sono merito non solo della legge, ma anche di questo lungo percorso di natura culturale. Per questo motivo – ha concluso Gelli – specie sui profili gestionali organizzativi, abbiamo mutuato le migliori esperienze italiane e le abbiamo rilanciate sul piano nazionale”.
Risultati soddisfacenti – si legge in una nota della Fondazione Italia in Salute – si registrano dal punto di vista organizzativo riguardo l’istituzione dei Centri di gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente previste dalla legge. Sono 13 le Regioni ad averlo istituito mettendosi in regola con il dettato della legge n. 24/2017. Altre due, Liguria e Lombardia, pur non avendo ancora recepito con atto formale la norma, hanno già attive organizzazioni che si occupano di gestione del rischio sanitario. Solo 5 le Regioni rimaste indietro.
C’è poi ancora da lavorare sul tema della trasparenza. Qui – rimarca l’Associazione – abbiamo una situazione più disomogenea a livello nazionale: sono ben 11 le Regioni che hanno un livello insufficiente, scarso o nullo di informazione rispetto agli aspetti di gestione del rischio sanitario e della sicurezza delle cure. Da qui la necessità di un intervento più incisivo anche per garantire ai cittadini la possibilità di poter scegliere al meglio dove e come curarsi.
“La legge sulla responsabilità professionale – ha spiegato la curatrice della ricerca Fidelia Cascini – è stata un punto di partenza estremamente importante su un tema delicato e di grande rilievo su cui l’Italia era rimasta molto indietro rispetto agli altri Paesi altamente evoluti. E’ necessario ora proseguire questo percorso. Le Istituzioni devono dialogare tra loro e le Regioni devono porsi l’obiettivo di uniformare il più possibile l’organizzazione della gestione del rischio a livello nazionale. E’ infine necessario rendere il cittadino più edotto su questa tematica coinvolgendolo anche attraverso informazioni più chiare, complete e facilmente accessibili. La legge 24/2017 – conclude – ha posto le basi per un approccio integrato e multidisciplinare alla sicurezza delle cure e alla responsabilità professionale”.
 
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