Respinto il ricorso di una viaggiatrice che aveva agito in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni da vacanza rovinata. Per la Cassazione vale il principio dell’autoresponsabilità del consumatore

Con la sentenza n. 14257/2020 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di una donna che aveva agito in giudizio nei confronti di un’agenzia di viaggi per ottenere il ristoro di tutti i danni, anche non patrimoniali, da vacanza rovinata.

La ricorrente, nello specifico, aveva stipulato un contratto di viaggio turistico collettivo di nove giorni che prevedeva la permanenza di cinque giorni in Siria e di tre in Giordania, ma una volta arrivata all’aeroporto di Aleppo era stata fermata per 12 ore dalla polizia siriana per la presenza sul passaporto di un timbro indicativo di un precedente ingresso in Israele. Quindi era stata costretta a proseguire a proprie spese e con organizzazione a proprio carico il trasferimento verso Amman, ove era stata di nuovamente bloccata e da dove aveva potuto proseguire il viaggio, ricongiungendosi al resto del gruppo, solo dopo alcuni giorni.

La donna contestava all’agenzia la violazione degli artt. 87 ed 88 del Codice del Consumo, per non essere stata informata adeguatamente circa le condizioni applicabili al cittadino di uno Stato membro della UE in materia di passaporto e visto per entrare in Siria. La controparte, invece, si dichiarava esente da responsabilità, assumendo di avere fornito una nota informativa in una riunione tenuta cinque giorni prima della partenza.

I Giudici del merito avevano rigettato la domanda per il ristoro dei danni da vacanza rovinata reputando che, a fronte dell’inadempimento dell’obbligo informativo da parte dell’agenzia di viaggi, prima della conclusione del contratto, sarebbe stato possibile per le attrici, avendo ricevuto l’opuscolo informativo prima della partenza, chiedere l’annullamento del contratto e la restituzione della somma versata.

La donna, quindi, decideva di rivolgersi alla Suprema Corte lamentando, tra gli altri motivi, che il giudice a quo avesse ritenuto che la consegna dell’opuscolo informativo cinque giorni prima del viaggio, anziché “prima delle trattative e comunque prima della conclusione del contratto” avesse comportato l’adempimento.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte, respingendo l’impugnazione. La Cassazione ha evidenziato che “costituisce una costante della normativa consumeristicamente orientata che l’obbligo di trasferire informazioni da chi agisce come professionista o imprenditore nel mercato verso chi versa, per definizione normativa, in una situazione di svantaggio informativo opera anche nella fase che precede la conclusione del contratto, perché assolve tanto la funzione di impedire menomazioni volitive dipendenti dall’ignoranza di fatti e di circostanze rilevanti quanto quella di disvelare notizie utili al pieno controllo dello svolgimento del rapporto”.

Nel caso in esame, tuttavia, il Tribunale, pur ritenendo sussistente l’inesatto adempimento dell’agenzia di viaggi, per l’altro verso aveva assunto la propria decisione sulla base della considerazione che non risultasse provato il nesso di causa tra l’inesatto adempimento e i danni lamentati. La ricorrente, infatti, non aveva né dedotto né provato circostanze concrete e specifiche a causa delle quali non aveva potuto prendere visione delle informazioni ricevute cinque giorni prima del viaggio e quindi evitare il viaggio, chiedendo l’annullamento del contratto e la restituzione del corrispettivo versato.

Si tratta di on ragionamento – sottolineano dal Palazzaccio – in linea con la tendenza più recente ad individuare una misura di ragionevolezza cui devono attenersi le misure consumeristiche, onde non sbilanciare la tutela del consumatore, favorendone gli abusi.

In altri termini, “piuttosto che anteporre formalisticamente il c.d. dogma consumeristico che vuole il consumatore in una situazione di presunzione assoluta di debolezza, sempre e comunque meritevole di protezione, e che ragiona degli obblighi di informazione come di obblighi funzionali al soddisfacimento dell’interesse pubblico — ritenendo, quindi, che l’informazione non pervenuta nella sfera di conoscibilità del consumatore ovvero pervenutagli in forma incompleta o tardiva, quale che fosse la capacità o la possibilità di utilizzare a suo vantaggio le informazioni avute, non è mai immune da conseguenze — il giudice a quo ha privilegiato l’opposta soluzione ispirata evidentemente al principio di autoresponsabilità del consumatore, correggendo le conseguenze che sarebbero derivate dall’applicazione dello strictum ius”. Infatti, ha ritenuto che la disponibilità per iscritto, qualche giorno prima della partenza, da parte dell’impugnante dell’informazione di cui aveva bisogno e che la stessa, evidentemente con negligenza non aveva utilizzato, non le avesse provocato alcuna conseguenza pregiudizievole suscettibile di essere risorcitoriamente compensata.

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