Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo l’ equo processo passa anche per l’adeguatezza dei tempi concessi ai legali per difendere i loro assistiti
Con la pronuncia del 26 luglio 2018, la Cedu ha fornito alcune precisazioni riguardanti l’ equo processo. In particolare, sostiene la sentenza che non si ha equo processo nel momento in cui i legali non sono messi in condizione di studiare il fascicolo processuale.
Oppure, di svolgere efficacemente l’incarico che gli è stato affidato.
Infatti, secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo un equo processo passa anche per l’adeguatezza dei tempi concessi ai legali per impostare un’adeguata difesa dei loro assistiti.
Il legale di un imputato, quindi, deve avere tutto il tempo necessario per studiare il fascicolo processuale.
E, in tal modo, svolgere il compito assegnatogli nel miglior modo possibile. Questo è quanto sostiene la pronuncia in commento del 26 luglio scorso.
La vicenda
Nel caso di specie, la Cedu ha ritenuto contrastante con la Convenzione l’impossibilità di ottenere un rinvio per un legale.
Costui, venendo sollevato dall’incarico, era stato reimmesso nelle sue funzioni solo il giorno prima dell’udienza fissata.
Il tutto, peraltro, senza riuscire a entrare in possesso della documentazione processuale.
Nel caso di specie, la condanna ha coinvolto la Germania. Ma, come noto, ogni altra normativa che impedisce a un legale di svolgere adeguatamente il proprio incarico, non concedendogli il tempo di cui necessita, rischia di porsi in contrasto con l’articolo 6 della Cedu.
Con questa sentenza, la Corte europea ha poi affrontato la questione inerente la notifica del rinvio dell’udienza fatta a un imputato che si è trasferito all’estero.
Secondo i giudici, il semplice trasferimento non è sufficiente a giustificare la notifica per pubblico avviso, ma continua a rendere necessaria la notifica diretta.
Infine, è proprio sulle autorità interne che grava il dovere di provare di aver tentato invano di comunicare con il destinatario.
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