Affinché l’assenza per malattia possa detrarsi dal periodo di comporto è necessario che, in relazione alla sua genesi, sussista una responsabilità del datore di lavoro

“Le assenze del lavoratore dovute ad infortunio sul lavoro o a malattia professionale, in quanto riconducibili alla generale nozione di infortunio o malattia contenuta nell’art. 2110 c.c., sono normalmente computabili nel previsto periodo di conservazione del posto, mentre, affinché l’assenza per malattia possa essere detratta dal periodo di comporto, non è sufficiente che la stessa abbia un’origine professionale, ossia meramente connessa alla prestazione lavorativa, ma è necessario che, in relazione ad essa ed alla sua genesi, sussista una responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087c.c.”.

In tal senso si è espressa la Corte di Appello di Catanzaro (Sez. Lav., sentenza n. 849 del 5 agosto 2019).

La dipendente di una nota catena di supermercati chiedeva  la declaratoria di illegittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto e la reintegra nel posto di lavoro.

Il Tribunale di Crotone rigettava il ricorso della donna che impugna in Appello lamentando: l’erronea valutazione delle prove in ordine alla richiesta di aspettativa non retribuita; l’omessa motivazione relativamente al comportamento tenuto dalla datrice di lavoro, essendo stato comminato il licenziamento dopo oltre un mese dal superamento del periodo di comporto; l’erronea valutazione in ordine alla violazione degli obblighi di cui all’art. 2087 c.c., avendo il giudice erroneamente escluso che l’aggravamento delle preesistenti problematiche sia dovuto a colpa della datrice di lavoro; che la ctu medico-legale espletata ha accertato che l’aggravamento delle sue condizioni di salute sono da ricondurre all’attività lavorativa, seppure le conclusioni del perito necessiterebbero di chiarimenti in ordine alla quantificazione del danno biologico, espresso nella limitata percentuale del 3%.

In ordine alle censure inerenti il superamento del periodo di comporto la Corte osserva che le assenze del lavoratore dovute ad infortunio sul lavoro o a malattia professionale, in quanto riconducibili alla generale nozione di infortunio o malattia contenuta nell’art. 2110 c.c., sono normalmente computabili nel previsto periodo di conservazione del posto, mentre, affinché l’assenza per malattia possa essere detratta dal periodo di comporto, non è sufficiente che la stessa abbia un’origine professionale, ossia meramente connessa alla prestazione lavorativa, ma è necessario che, in relazione ad essa ed alla sua genesi, sussista una responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c.

Correttamente il Giudice di prime cure ha ritenuto che l’aggravamento delle condizioni di salute della donna non è riconducibile alla violazione di obblighi di sicurezza a carico della datrice di lavoro e quindi alla sua responsabilità ex art. 2087 c.c. sicché la facoltà di recesso, riconosciuta dall’art. 2110 comma 2 c.c. nel caso di superamento del periodo di conservazione del posto fissato dal CCNL, poteva essere esercitata validamente dal datore di lavoro.

Si aggiunge che comunque la lavoratrice non ha fornito la prova che il suo stato di malattia fosse riconducibile alle postazioni di seduta inadeguate delle casse del supermercato.

Egualmente non sono state provate le ulteriori violazioni addebitate al datore di lavoro circa l’adibizione della donna al sollevamento di merce pesante per il posizionamento sugli scaffali.

Oltretutto, evidenziano i Giudici, la donna non si sottoponeva alla visita periodica chiamata dal datore di lavoro che non è stato messo a conoscenza dei problemi di salute della stessa, non potendo rinvenirli neppure dagli attestati di malattia in quanto privi di diagnosi diagnosi.

Evidenzia ulteriormente la Corte che i testi escussi  in ordine alle mansioni espletate dalla donna hanno riferito che la stessa era addetta prevalentemente alla cassa e che la sistemazione delle merci nelle scaffalature avveniva con l’ausilio di mezzi meccanici.

Per tali ragioni la Corte rigetta integralmente il ricorso della lavoratrice e conferma la liceità del licenziamento per superamento del periodo di comporto.

Avv. Emanuela Foligno

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