Accolto il ricorso di un medico psichiatra accusato di truffa aggravata per aver dichiarato di convivere con la madre ai fini dell’ottenimento di un permesso per l’assistenza di familiari disabili

In tema di assistenza di familiari disabili il concetto di convivenza non può essere ritenuto coincidente con quello di coabitazione. In caso contrario si giungerebbe a un’interpretazione eccessivamente restrittiva della normativa in materia che andrebbe contro il fine ultimo della stessa, ovvero agevolare l’assistenza dei portatori di handicap.

Lo ha chiarito la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 24470/2017 accogliendo il ricorso presentato da un medico psichiatra. Il camice bianco era stato condannato per il reato di truffa aggravata ai danni della ASL di appartenenza. Aveva infatti dichiarato di convivere con la madre, portatrice di handicap in situazione di gravità ai sensi dell’art. 3 comma 3 l. 104/92. In tal modo aveva ottenuto un congedo straordinario retribuito.

In realtà l’uomo risultava diversamente domiciliato in un altro stabile con la propria famiglia nucleare. Presso la casa della madre svolgeva la sua attività libero professionale.

Gli Ermellini hanno precisato che risulterebbe incomprensibile escludere dai benefici di legge il lavoratore che conviva costantemente con la persona bisognosa di assistenza. Ciò anche se limitatamente ad una specifica fascia oraria. Quello che rileva per usufruire dei congedi concessi ai fini dell’assistenza di un disabile, è il soddisfacimento dei bisogni di quest’ultimo in momenti della giornata in cui lo stesso ne rimarrebbe privo.

Nel caso in esame, tale prestazione era ravvisabile nel comportamento del ricorrente. Non poteva peraltro affermarsi che l’attività professionale extramuraria svolta nel periodo in cui si trovava in congedo retribuito, escludesse che vi potesse essere stata anche la necessaria attività assistenziale nei confronti della madre. Da qui la decisione dei Giudici del Palazzaccio di annullare la sentenze del Giudice a quo.

Per un migliore approfondimento sul tema si invita a leggere l’articolo “Convivenza non significa coabitazione: assolto psichiatra” dell’avv. Silvia Assennato.

 

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