Bimba morta di malaria cerebrale, non era mai stata in zone tropicali

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Ha scosso la comunità scientifica il caso della bimba morta di malaria cerebrale: secondo i medici si tratta del primo caso in trent’anni

Ha destato molta preoccupazione il caso della bimba morta di malaria cerebrale agli Spedali Civili di Brescia, lunedì scorso.
La bimba morta di malaria cerebrale, di soli 4 anni, era originaria di Trento e non aveva frequentato alcun Paese a rischio, di aree tropicali o subtropicali, nelle scorse settimane.
Al contrario, la piccola era appena tornata da un vacanza al mare a Bibione insieme ai genitori. Il caso, come prevedibile, sta dividendo la comunità scientifica.
“È la prima volta in trent’anni di carriera che assisto ad un caso di malaria autoctona in Trentino”, ha dichiarato Claudio Paternoster, il primario di malattie infettive all’ospedale Santa Chiara di Trento.
La piccola Sofia Zago aveva accusato i primi sintomi della terribile malattia una settimana prima.
Per circa 7 giorni aveva avuto febbre molto alta, fino a 40: una situazione che aveva fatto preoccupare i genitori che hanno deciso di portarla poi sabato pomeriggio al pronto soccorso pediatrico di Trento.
Quando la piccola Sofia è entrata in ospedale era ancora cosciente.

Poco dopo però, il quadro clinico della bimba morta di malaria cerebrale è precipitato.

La piccola è entrata in coma mentre arrivava la diagnosi di malaria dagli esami di laboratorio.
Ricoverata in pediatria all’inizio, è stata trasportata d’urgenza a Brescia dove ci sono un reparto di terapia intensiva pediatrica e uno dedicato alle malattie tropicali.
Qui è infine deceduta tra domenica e lunedì.
Sofia è stata colpita da malaria cerebrale, la forma più grave della malattia, ma senza essere mai stata in un paese tropicale.
Si tratta, infatti, di una forma molto aggressiva di questo morbo, trasmessa dal Plamodium Falciparum, la specie più aggressiva di un protozoo parassita trasmesso dalla zanzara Anopheles.
Nei casi più severi, la morte giunge entro 24 ore. La malattia è diffusa prevalentemente nell’Africa Sub-sahariana, in Asia, in America centrale e del Sud. Luoghi mai frequentati dalla famiglia.
“Con i servizi di veterinaria e igiene pubblica cercheremo di comprendere le ragioni del caso, andrà fatta un’ indagine – ha dichiarato Paternoster -. Per la nostra conoscenza non esistono in Trentino e in Italia vettori idonei alla trasmissione della malaria».

Ma cosa può essere accaduto?

“È stata un’estate caldissima e con i cambiamenti climatici in atto non si può escludere l’ adattamento di qualche specie. Andranno prelevati campioni di zanzare e esaminati. L’Italia è stato un Paese malarico fino agli anni ‘50.”.
Eppure il Trentino non ha mai avuto problemi simili nemmeno in passato.
Per il momento la magistratura ha aperto un fascicolo su caso della bimba morta di malaria cerebrale e non si esclude che la piccola possa essere stata infettata da una zanzara giunta dall’estero in qualche bagaglio.
Attualmente, in base ai protocolli ministeriali, l’Azienda sanitaria ha deciso di disinfestare il reparto di pediatria dove è stata ricoverata la bimba.
Intanto i genitori della bambina non sanno darsi una spiegazione circa le modalità del contagio. Sono però in corso indagini su due ricoveri precedenti della bambina, che era stata prima in ospedale a Portogruaro, poi a Trento, per un esordio di diabete infantile.
In particolare in uno dei giorni del ricovero a Trento erano presenti “in un’altra stanza, due bambini con la malaria, che sono guariti”.
A dirlo è stato il direttore generale dell’Apss (Azienda provinciale dei servizi sanitari del Trentino), Paolo Bordon.
Ma è molto difficile che la trasmissione sia avvenuta così.
“È un caso criptico, rarissimo – ha commentato Giovanni Rezza, medico epidemiologo e responsabile del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità – perché questa malattia viene trasmessa da un certo tipo di zanzara che in Italia non c’è ed è ignota allora la modalità di trasmissione. So che la piccola non è stata all’estero. A questo punto, occorre attendere l’indagine epidemiologica”.
 
 
 
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