Concorso di colpa in omicidio colposo e condanna a otto mesi di reclusione alla madre che, per negligenza non vigilò sulla vita del proprio bimbo investito, mentre insieme attraversavano la strada.

I fatti.

La storia del bimbo investito si consumava il giorno 1° novembre 2009 quando un minore di tre anni veniva investito da una autovettura in corsa. L’auto urtava il bambino con la parte laterale sinistra, causandogli lesioni gravissime alla testa, cui seguì il decesso.

La madre del minore fu, sin da subito, ritenuta responsabile del reato di concorso in omicidio colposo, per aver omesso di esercitare la necessaria vigilanza sul figlio all’atto dell’attraversamento della strada ed in particolare, per aver omesso di porre in essere le dovute cautele nella predetta fase di attraversamento, come quella di accertarsi previamente che non provenissero veicoli e soprattutto, quella di tenere per mano il proprio figlio. Così facendo, non impedì il verificarsi dell’evento, che aveva l’obbligo giuridico di impedire, ricoprendo la massima posizione di garanzia sulla vittima.

La sentenza.

Dopo la condanna in primo e secondo grado di giudizio, è giunta finalmente anche la sentenza dei giudici della Corte di Cassazione (IV Sez. Pen., n. 29505/2018), dinanzi ai quali la donna aveva denunciato l’insussistenza del nesso causale, in quanto l’incidente sarebbe stato un evento eccezionale, capace di escludere il rapporto di causalità tra la sua condotta e l’evento.

Ma per i giudici Ermellini non può esservi alcuni dubbio sulla ricostruzione operata dalle sentenze di merito; peraltro il ricorso è privo dei requisiti richiesti di specificità e pregnanza: “infatti, – chiariscono – non è ammissibile considerare quale causa interruttiva del nesso causale l’incidente occorso al minore durante l’attraversamento della strada, dovendosi al contrario, considerare l’evento come realizzato in cooperazione colposa fra la conducente del veicolo e la madre”.

Scatta dunque la responsabilità per omessa custodia a carico di chi ha il dovere di sorveglianza.

I genitori sono responsabili dei figli minori che abitano con essi, sia per quanto concerne gli illeciti comportamenti che siano frutto di omessa o carente sorveglianza (c.d. culpa in vigilando), sia per quanto concerne gli illeciti riconducibili ad oggettive carenze nell’attività educativa che si manifestino nel mancato rispetto delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare ( c.d. culpa in educando).

Ma nel caso in questione la madre del bimbo investito è stata ritenuta responsabile per non aver sottratto il proprio figlio minore da una situazione di potenziale pericolo, l’attraversamento di una strada pubblica e dunque per, non aver adottato le dovute cautele volte a salvaguardare la sua stessa incolumità.

Ne deriva che se l’oggetto della tutela è la sicurezza della persona fisica contro determinate situazioni di pericolo, nessun limite si pone nella individuazione delle fonti da cui derivano gli obblighi di custodia e assistenza che realizzano la protezione di quel bene e che si traducono nella posizione di garanzia in capo all’obbligato (giuridicamente).

Avv. Sabrina Caporale

 

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