La donna, che aveva riportato la frattura della rotula dopo essere inciampata a causa di una buca nel basolato stradale, chiedeva la liquidazione del danno biologico e morale sulla base delle più recenti tabelle redatte dal Tribunale di Milano

Mentre procedeva a piedi in una via del centro in orario notturno, inciampava a causa di una buca nel basolato stradale, malamente infisso e livellato, riportando la frattura della rotula destra. La donna aveva agito in giudizio contro il Comune  perché venisse condannato, ex art. 2051 o, in subordine, ai sensi dell’art. 2043 c.c., a risarcirle i danni subiti.

In sede di merito, la pretesa dell’attrice era stata respinta, ma la Cassazione aveva rinviato la causa al Giudice di secondo grado per un nuovo esame alla luce del principio secondo cui “spetta all’ente proprietario provare di avere assolto, con efficace diligenza, gli oneri di organizzazione dell’attività di sorveglianza dell’uso della strada, comprese le opportune indicazioni di attenzione nel caso di dislivelli accentuati della pavimentazione e dell’attività di manutenzione della stessa onde eliminare le anomalie più pericolose ed imprevedibili in ragione del materiale di rivestimento, quale il basolato, per sua natura non regolare e stabile, potenziando diligentemente anche l’illuminazione notturna e la pulizia della strada onde consentirne la visibilità”.

La Suprema Corte aveva stabilito, inoltre, che “è onere della danneggiata provare che, soprattutto se a conoscenza dello stato dei luoghi, ha prestato la dovuta attenzione nell’uso della strada, nelle particolari condizioni di tempo — ora notturna — in cui è accaduto l’infortunio, avuto riguardo anche al tipo di calzatura quella sera indossato, in applicazione del principio secondo cui la cosa intrinsecamente pericolosa assume tanto minore efficienza causale dell’evento quanto più il possibile pregiudizio è suscettibile di essere previsto e superato attraverso l’adozione delle normali cautele da parte dello stesso danneggiato”.

Riassunta la causa, la Corte d’Appello ravvisava una concorrente pari responsabilità del Comune e della danneggiata nel verificarsi dell’evento dannoso e, aderendo alle valutazioni del CTU, liquidava il danno biologico e morale, tenuto conto dell’entità dei postumi permanenti, dell’età della vittima all’epoca del sinistro, sulla base delle Tabelle del Tribunale di Milano.

La danneggiata, tuttavia, ricorreva nuovamente per cassazione deducendo che la Corte di appello non avesse applicato le tabelle pubblicate il 14 marzo 2018, sebbene la decisione fosse stata assunta nella Camera di Consiglio del 20 aprile 2018. Pertanto, allegando le tabelle suddette, chiedeva, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, di liquidare a titolo di danno biologico, tenuto conto del concorso di colpa della vittima per il 50%, la somma da determinare secondo quanto stabilito dalla Corte territoriale nella sentenza impugnata.

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 13000/2020 ha ritenuto di non aderire alle argomentazioni proposte, respingendo il ricorso, in quanto infondato. Le tabelle di liquidazione del danno alla persona – chiariscono dal Palazzaccio – non costituiscono norme di diritto né rientrano nella nozione di fatto di comune esperienza, di cui all’art. 115 c.p.c., per cui non fanno parte del normale patrimonio di conoscenza del giudice. Esse sono individuatrici del concetto di valutazione equitativa, cioè assumono rilievo come una sorta di elemento extratestuale della norma dell’art. 1226 c.c., ravvisato dalla Corte con riferimento alle applicazioni concrete nella valutazione del danno non patrimoniale, essendo esse basate su criteri che, per il fatto stesso di avere svolto efficacia persuasiva di gran lunga prevalente nelle applicazioni giurisprudenziali, sono idonee a meglio individuare il concetto di liquidazione equitativa di quel danno.

Non può pertanto predicarsi, riferendolo direttamente alla modifica delle tabelle, l’applicazione del principio di diritto, secondo cui nell’ipotesi di entrata in vigore di una nuova normativa (dispiegante effetti sostanziali o processuali sul rapporto controverso) nell’intervallo di tempo intercorrente tra la deliberazione e la pubblicazione della sentenza, è dovere del giudice applicare immediatamente la disciplina sopravvenuta mediante i necessari, consequenziali adempimenti.

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