Per la Cassazione il contagio che ha poi provocato l’insorgere della cirrosi epatica costituiva, al momento in cui fu praticata la trasfusione, il male minore rispetto ad un imminente pericolo di vita. Respinte anche le doglianze relative al mancato consenso informato dei genitori del paziente, all’epoca quattordicenne
Si è ammalato di cirrosi epatica a causa di una trasfusione di sangue infetto, ma non avrà diritto ad alcun indennizzo. Il fatto, raccontato dalla Nuova di Venezia risale al 1974. Il protagonista della vicenda è un paziente, all’epoca quattordicenne, operato al ginocchio all’ospedale di Mestre.
Quando ha scoperto la patologia, l’uomo ha avviato una battaglia legale con il Ministero della Salute e il comune di Venezia per vedersi indennizzato il danno. Una pretesa negata sia dai giudici del merito che, in ultima istanza dalla Suprema Corte di Cassazione.
I Giudici Ermellini, infatti, hanno posto fine al contenzioso riconoscendo quanto già stabilito in secondo grado. In particolare, nelle motivazioni della sentenza si accoglie il principio emerso dalla consulenza tecnica di ufficio secondo cui la decisione di trasfondere il sangue doveva “ritenersi corretta dal punto di vista diagnostico e terapeutico per le conoscenze mediche del tempo”. Inoltre, “il contagio da HVC subìto dal paziente non sarebbe stato evitabile neppure con l’ordinaria diligenza”.
“Ritenuto necessario un intervento immediato sul paziente – chiarisce la Cassazione – la Corte d’Appello ha stimato che il contagio non fosse in alcun modo evitabile e che il medesimo costituisse, al momento in cui fu praticata la trasfusione, il male minore rispetto ad un imminente pericolo di vita”.
Pertanto, proprio perché la situazione era di assoluta emergenza e la trasfusione non evitabile, “la responsabilità dei sanitari, quand’anche foriera di un fatto dannoso, ne è stata certamente scriminata”.
I Giudici di Piazza Cavour hanno poi respinto la doglianza del ricorrente relativa al mancato consenso informato relativamente alle trasfusioni. Sarebbero stati infatti, i genitori del paziente, vista la minore età di quest’ultimo, a dover dare il loro assenso. Cosa che non avvenne.
La Suprema Corte, tuttavia, confermando quanto già stabilito dalla Corte territoriale, ha ritenuto infondata tale lamentela. Data la gravità delle condizioni del paziente si assume, in relazione al consenso informato, che “se pure fossero stati informati dei possibili rischi delle trasfusioni, i genitori avrebbero certamente dato il loro consenso”.
In base alla giurisprudenza, infatti, “per poter configurare la lesione del diritto ad essere informato, occorre raggiungere la prova, anche tramite presunzioni, che, ove compiutamente informato, il paziente avrebbe verosimilmente rifiutato l’intervento”.
Leggi anche:
EPATITE C CAUSATA DA TRASFUSIONE DI SANGUE INFETTO, MINISTERO CONDANNATO





