Non sono concessi gli sgravi fiscali previsti in caso di disoccupazione per tutti coloro che abbiano prestato attività lavorativa nei ventiquattro mesi precedenti

Il concetto di “disoccupazione” in relazione al beneficio della riduzione dei contributi di cui all’art 8, comma 9, della l. n. 407 del 1990 non può che individuarsi, alla stregua di quanto disposto dalla legislazione nazionale, come condizione, non solo di materiale inoccupazione, ma anche di disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa attestata la presentazione del lavoratore presso l’ufficio per l’impiego (…) ne consegue che tale beneficio deve escludersi nel caso in cui il lavoratore assunto abbia prestato attività lavorativa, anche se irregolare, nei ventiquattro mesi precedenti.

Lo hanno affermato i giudici della Sezione Lavoro della Corte d’Appello di Roma in una recente sentenza (n. 3960 del 30/11/2018), avente ad oggetto la richiesta di assunzione di due giornalisti con il beneficio previsto dall’art. 8, comma 9 L. 47/1990 previsto in caso di disoccupazione.

La vicenda

Così come risultava dall’esame degli atti di causa, anche in sede di giudizio, la società datrice di lavoro aveva rivendicato il proprio diritto agli sgravi contributivi sulla base delle attestazioni di disoccupazione rilasciate con riferimento ai due assunti, dal Centro per l’impiego del Comune di Noto.

Invero, il giudice di prime cure aveva rigettato siffatta domanda avendo giudicato insussistente in capo a questi ultimi, la condizione di disoccupazione per un periodo precedente di almeno 24 mesi alla data delle rispettive assunzioni.

Premessa l’applicabilità della nozione di disoccupazione prevista dal combinato disposto dell’art. 1, comma 2, lett. d) e dell’art. 3 del d.lgs. 297/2002 (da intendersi come condizione del soggetto privo di lavoro che si è reso immediatamente disponibile allo svolgimento e alla ricerca di un’attività lavorativa secondo modalità definite con i servizi competenti) non riteneva prova sufficiente, a tale fine, le certificazioni rilasciate dal Comune di Noto, ai sensi dell’art. 1, comma 4, L. Regione Sicilia 10/2009 (legge che affermava essere in contrasto con la legislazione nazionale e in particolare con la nozione di disoccupazione di cui alla d.lgs. 297/2002), in ordine alla sussistenza in capo ai suddetti giornalisti dei requisiti previsti dalla legge 407/90.

Sicché la pronuncia veniva impugnata e portata dinanzi ai giudici di secondo grado del Tribunale capitolino.

La decisione dei giudici dell’appello

Il beneficio oggetto di controversia è regolato dall’art. 8, comma 2, L. 407/1990 il quale, nella sua formulazione vigente pro tempore alla data delle assunzioni contestate (anteriore alla riforma operata dall’art. 4, comma 14, L. n. 92/2012), dispone che: “A decorrere dal 1 gennaio 1991 nei confronti dei datori di lavoro di cui ai commi 1, 2 e 3 in caso di assunzioni con contratto a tempo indeterminato di lavoratori disoccupati da almeno ventiquattro mesi o sospesi dal lavoro e beneficiari di trattamento straordinario di integrazione salariale da un periodo uguale a quello suddetto, quando esse non siano effettuate in sostituzione di lavoratori dipendenti dalle stesse imprese per qualsiasi causa licenziati o sospesi, i contributi previdenziali ed assistenziali sono applicati nella misura del 50 per cento per un periodo di trentasei mesi. A tal fine sarà costituita in ogni regione apposita lista dalla quale le assunzioni possono essere effettuate con richiesta nominativa, secondo le modalità indicate entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale. Nelle ipotesi di assunzioni di cui al presente comma effettuate da imprese operanti nei territori del Mezzogiorno di cui al testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 marzo 1978, n. 218, ovvero da imprese artigiane, non sono dovuti i contributi previdenziali e assistenziali per un periodo di trentasei mesi”.

Così come evidenziato dal giudice di prime cure la nozione di disoccupazione si desume, a tale fine, dal d.lgs. 181/2000 (vigente pro tempore anteriormente alla sua abrogazione avvenuta a seguito del d.lgs. 150/2015.

In proposito l’art. 1 comma 2, lett. c) del d.lgs. 181/2000 , nella sua formulazione introdotta dall’art. 3 del d.lgs. 297/2002, definisce “stato di disoccupazione” “la condizione del soggetto privo di lavoro, che sia immediatamente disponibile allo svolgimento ed alla ricerca di una attività lavorativa secondo modalità definite con i servizi competenti”.

Il successivo art. 2 dispone a tale proposito, al comma 1, che tale condizione dev’essere comprovata dalla presentazione dell’interessato presso il servizio competente nel cui ambito territoriale si trovi il domicilio del medesimo, accompagnata da una dichiarazione, ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, che attesti l’eventuale attività lavorativa precedentemente svolta, nonché l’immediata disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa prevedendo al successivo comma 3 che le Regioni definiscono gli indirizzi operativi per l’accertamento e la verifica dello stato di disoccupazione da parte dei servizi competenti.

In ragione di quanto premesso la Corte ha ritenuto che il concetto di disoccupazione in relazione al beneficio contributivo oggetto di controversia non potesse individuarsi, se non alla stregua di quanto disposto dalla legislazione nazionale, come condizione, non solo di materiale inoccupazione, ma anche di disponibilità allo svolgimento di attività lavorativa attestata la presentazione del lavoratore presso l’ufficio per l’impiego.

Ciò troverebbe ulteriore conforto nei principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui ai fini della fruizione del beneficio della riduzione dei contributi di cui all’art 8, comma 9, della l. n. 407 del 1990, è necessario che il datore di lavoro abbia assunto i lavoratori nel rispetto della norma su richiamata, difettando, in contrario, lo stato di disoccupazione, che deve essere non solo reale, ma anche certificato dalla iscrizione nella lista speciale regionale disciplinata dall’art. 2 del d.m. n. 1557 del 1991, che conferisce certezza in ordine alla permanenza di tale stato per il tempo richiesto dalla norma; ne consegue che tale beneficio deve escludersi nel caso in cui il lavoratore assunto abbia prestato attività lavorativa, anche se irregolare, nei ventiquattro mesi precedenti (Cass. n. n. 9872 del 07/05/2014 e Cass. n. 2019 del 26/01/2018).

 

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