La domanda di regresso promossa dall’Inail nei confronti del datore di lavoro non può essere preclusa dalla sentenza di assoluzione penale dell’imprenditore.

Con la sentenza n. 27102/2018, la Corte di Cassazione ha fornito delle precisazioni importanti riguardo alla domanda di regresso promossa dall’Inail nei confronti del datore di lavoro.

Secondo gli Ermellini, infatti, questa non può essere preclusa dalla sentenza di assoluzione penale dell’imprenditore.

La vicenda

Nel caso di specie, la Corte di appello di Venezia, accogliendo il gravame proposto dall’Inail, ha riformato la sentenza di primo grado con cui il Tribunale aveva respinto la domanda di regresso azionata dal suddetto Istituto.

Questa domanda di regresso riguardava una ditta responsabile di un grave infortunio lavorativo occorso ad un proprio dipendente, destinatario, per tale motivo, di una rendita erogata dall’Inail.

Ebbene, a sostegno di tale decisione, c’era la non corretta applicazione, da parte del giudice di primo grado, della regola di riparto dell’onere della prova in tema di azione di regresso.

Nello specifico, la sentenza penale di assoluzione del datore di lavoro per il reato di lesioni colpose non avrebbe dovuto impedire l’applicazione del principio correlato all’art. 2087 c.c..

Così come non poteva impedire quella del relativo riparto probatorio.

Infatti, da un lato, vi è l’allegazione e la prova, da parte dell’Istituto assicuratore, dell’esistenza dell’obbligazione lavorativa, del danno e del relativo nesso causale.

Dall’altro vi è la prova, da parte del datore di lavoro, dell’avvenuto adempimento al proprio obbligo di sicurezza, tra cui, nel caso in specie, quello di aver vigilato circa l’effettivo uso degli strumenti di cautela da parte del dipendente.

Durante l’istruttoria era emerso che il dipendente si era ustionato mentre caricava un forno di fusione senza indossare le dovute protezioni (messe a disposizione dalla ditta).

Inoltre, non era stata fornita alcuna prova circa una efficace vigilanza del datore sul rispetto delle misure di protezione da parte del lavoratore. Infine, non poteva definirsi abnorme, ai fini di una eventuale esimente di responsabilità datoriale, la condotta assunta dall’infortunato.

Pertanto, la Cassazione nel rigettare il ricorso proposto dal datore, ha confermato le valutazioni fattuali espresse nella sentenza d’appello ed i principi come ivi richiamati in tema di onere probatorio ex art. 2087 c.c..

Secondo gli Ermellini deve ritenersi accertata la responsabilità del ricorrente, non avendo, questi, né provato il carattere abnorme della condotta del lavoratore, né di aver preteso l’osservanza delle misure antinfortunistiche idonee ad evitare l’infortunio.

Questo accertamento, infatti, integra gli estremi del reato di lesioni colpose a carico del legale rappresentante della ditta che non è terzo rispetto alla nozione del datore di lavoro in virtù del principio di immedesimazione organica tra persona giuridica e legale rappresentante.

In conclusione, nessuna rilevanza può essere attribuita, ai fini della domanda di regresso, all’assoluzione datoriale in ambito penale.

Difatti, in seguito alla declaratoria di incostituzionalità (Corte Costituzionale n. 102/1981) degli artt. 10 e 11 del d.P.R. n. 1124/65 nella parte in cui precludono in sede civile l’azione di regresso dell’Inail nei confronti del datore di lavoro, in presenza di una sentenza assolutoria di quest’ultimo in sede penale, è principio consolidato quello dell’autonomia del giudizio di regresso rispetto a quello condotto in sede penale.

A tal proposito, si richiama la pronuncia n. 16874 del 2004.

Con questa sentenza, infatti, si è affermato che in base all’art. 295 c.p.c. il giudizio instaurato dall’Inail per il regresso nei confronti del datore di lavoro non è soggetto a sospensione necessaria in attesa del procedimento penale a carico del datore di lavoro per i medesimi fatti.

Questo in quanto, in applicazione dell’art. 654 c.p.p., l’efficacia dell’emananda sentenza penale di assoluzione o di condanna non potrà mai fare stato nei confronti dell’Inail.

Ciò poiché l’Ente non è parte del giudizio penale e non è legittimato a costituirsi, trattandosi non della proposizione dell’azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno da reato, ma dell’azione di regresso, diversa da quelle considerate dall’art. 74 c.p.p.

Non solo.

In questo contesto, ai fini del sorgere del credito dell’Inail nei confronti della persona civilmente obbligata, è necessario che il fatto costituisca reato perseguibile d’ufficio.

Tuttavia, l’accertamento giudiziale, può avvenire sia in sede penale che in sede civile (così Cass. n.2138/2015; Cass. n. 11986/2010).

Pertanto, la sentenza impugnata va confermata. Questo in quanto si è correttamente proceduto ad un accertamento dell’astratta configurabilità della fattispecie di reato corrispondente alla condotta datoriale di violazione dell’obbligo di sicurezza imposto dall’art. 2087 c.c.

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