Accolto il ricorso di un motociclista che chiedeva l’accertamento della responsabilità dell’Ente provinciale per un sinistro causato dalla presenza di un dosso e di una buca sul manto stradale

Con l’ordinanza n. 36108 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di un motociclista che si era visto rigettare, dai Giudici del merito, la pretesa risarcitoria avanzata nei confronti della Provincia per i danni fisici patiti in conseguenza di un incidente verificatosi su strada provinciale. Nello specifico, l’attore deduceva di essere caduto a causa della presenza di un dosso e di una buca non segnalati sul manto stradale, riportando danni alla persona.

Espletata l’istruttoria con esame di testimoni e svolgimento di una c.t.u., il Tribunale aveva respinto la domanda, con decisione confermata anche dalla Corte di appello. Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente lamentava, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 cod. civ., omesso esame di un fatto decisivo che era stato oggetto di discussione tra le parti e nullità della sentenza ai sensi dell’art. 132, n. 4), cod. proc. civ., per motivazione apparente e perplessa. Nello specifico, sosteneva che la Corte d’appello, pur avendo in parte accolto la loro impugnazione, riconoscendo che nella specie doveva trovare applicazione l’art. 2051 cit., aveva tuttavia confermato la decisione di primo grado ritenendo che nel comportamento del danneggiato sussistessero elementi idonei ad interrompere il nesso causale. Richiamando la giurisprudenza sull’argomento e l’esistenza di un obbligo di custodia delle strade in capo alla Provincia convenuta in giudizio, il centauro contestava al Giudice di secondo grado di non aver esaminato il punto decisivo della questione, e cioè l’incidenza o meno, e in quale misura, del comportamento del conducente della moto, ricordando che egli stava guidando fuori di un centro abitato, su un tratto di strada rettilineo e con un fondo regolare, che la presenza del dosso e della buca non era affatto segnalata, che il dosso era stato creato per lavori al manto stradale e che la guida era stata corretta. Mentre il conducente, quindi, non poteva avvertire il pericolo, la Provincia avrebbe potuto e dovuto prevedere il rischio per gli utenti della strada; per cui, non risultando alcuna prova della negligenza del conducente, la domanda risarcitoria avrebbe dovuto essere accolta. Inoltre, anche volendo riconoscere una qualche colpa del conducente, la responsabilità dello stesso avrebbe dovuto essere regolata sulle circostanze del caso concreto, tenendo conto dell’intrinseca pericolosità della strada, senza addossare tutta la responsabilità all’attore per il solo fatto che la strada era rettilinea e l’orario diurno.

Gli Ermellini hanno effettivamente ritenuto di aderire alle doglianze proposte, in quanto fondate.

La Cassazione ha innanzitutto rilevato che la costante giurisprudenza di legittimità sull’art. 2051 cit. insegna che il danneggiato deve dimostrare l’esistenza del fatto dannoso, il nesso di causalità e il danno, rimanendo a carico del custode l’obbligo di dimostrazione del fortuito, che può essere costituito anche dal comportamento del danneggiato. Ciò premesso – hanno ricordato dal Palazzaccio – in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione. Ne consegue che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.

L’espressione “fatto colposo” che compare nell’art. 1227 cod. civ. non va intesa come riferita all’elemento psicologico della colpa, che ha rilevanza esclusivamente ai fini di una affermazione di responsabilità, la quale presuppone l’imputabilità, ma deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, stabilita da norme positive e/o dettata dalla comune prudenza.

Nel caso in esame la Corte territoriale non aveva fatto buon governo di tali principi. Il Giudice a quo, infatti, aveva rilevato che dall’istruttoria svolta in primo grado era emerso che l’incidente era avvenuto in ora diurna su di una strada rettilinea, per cui il conducente della moto avrebbe potuto avvedersi tempestivamente del pericolo esistente; la condotta da lui tenuta, perciò, era da considerare come “non improntata ai canoni dell’ordinaria diligenza” e tale da interrompere il nesso causale. Ragione per cui, pur dovendosi applicare nella specie l’art. 2051 cod. civ., la responsabilità dell’accaduto era da ricondurre in via esclusiva al comportamento del centauro.

Tale motivazione, per la Cassazione, era totalmente priva di ogni effettiva motivazione circa il perché della totale responsabilità del conducente. La sentenza impugnata, infatti, nulla aveva detto circa il fatto che, nell’assunto del danneggiato, sia il dosso che la buca non erano segnalati (pur trattandosi di una strada non secondaria) e non aveva in alcun modo chiarito quale fosse stato il comportamento del conducente. In altri termini, se era corretto affermare che l’appellante “aveva il dovere di guardare il fondo stradale, in modo tale da potersi avvedere della situazione di pericolo”, era pur vero che la sentenza non dava alcuna spiegazione delle ragioni per le quali il conducente si sarebbe comportato in modo scorretto (eccesso di velocità, tracce di frenata, disattenzione dovuta a specifici elementi etc.).

La redazione giuridica

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