Per errata esecuzione della biopsia viene ritardata la diagnosi di linfoma e alla donna viene riconosciuto il danno biologico, la perdita di chance e la lesione all’autodeterminazione (Tribunale di Firenze, Sez. IV, Ordinanza ex art. 702 ter c.p. del 28/5/2021)

Con ricorso ex art. 702 bis cpc, i ricorrenti chiedono l’accertamento della responsabilità dell’Azienda Sanitaria nella produzione dei danni subiti a causa della errata prestazione sanitaria.

In particolare, viene dedotto:

  • che in data 26.10.2015, la paziente iniziava ad accusare un malore associato a dolori addominali; che per tale motivo si recava immediatamente presso la guardia medica che le prescriveva un antibiotico e che tuttavia poiché il malessere persisteva, la mattina successiva veniva nuovamente visitata;
  • venivano evidenziate numerose tumefazioni addominali con necessità di approfondimenti diagnostici;
  • che in data 28.10.2015 la paziente effettuava, questa volta presso il centro di Pistoia una TAC con contrasto che evidenziava una linfoadenomegalia ed un sospetto di linfoma; che a distanza di pochi giorni, il 16 novembre, l’Ematologo dell’Azienda sanitaria di Firenze effettuava una biopsia dei linfonodi addominali che confermava la diagnosi tumorale;
  • veniva deciso il ricovero nel reparto di chirurgia generale per intervento di biopsia linfonodi addominali in videolaparoscopica;
  • che, dimessa il giorno 18.11.2015, la donna era tuttavia costretta ad essere nuovamente ricoverata il giorno seguente a causa di dolore addominale persistente ed in quella occasione le venivano diagnosticate raccolte di liquidi intraperitoneali;
  • che al fine di alleviarle il dolore nei giorni immediatamente successivi le venivano somministrati oppiacei nonché inserito un PICC;
  • che seguivano, ulteriori accertamenti di Imaging e bioumorali che evidenziavano fistola pancreatica in contesto di pancreatite e che, a seguito di accertamenti veniva disposto un trattamento radiologico interventistico con il posizionamento di 3 drenaggi addominali e sondino naso – digiunale e disposto il trasferimento della paziente presso il reparto di rianimazione sub-intensiva;
  • che in data 25.11.2015 i risultati dell’esame istologico, il cui tessuto era stato prelevato in data 16.11.2015 aveva evidenziato l’assenza di tessuto linfonodale in quanto anziché essere prelevato un linfonodo era stato prelevato un “tessuto pancreatico privo di significative modificazioni patologiche”;
  • che in data 17.12.2015, la donna veniva sottoposta ad un intervento operatorio per incannulare il dotto pancreatico interrotto a causa dell’erroneo prelevamento di un pezzo di pancreas in luogo di un linfonodo; seguiva in data 5.12.2015 biopsia mediastinica, ed in data 2.01.2016 a causa di febbre e dolori addominali, nuovo ricovero, sostituzione del drenaggio ed in data 5.01.2016 la dimissione;
  • che in data 15.01.2016 veniva eseguita Tomoscintigrafia Globale Corpore che accertava lo stato avanzato del linfoma di Hodgkin;
  • che in data 26.0 1.2016 iniziava il trattamento di sei cicli di chemioterapia, sospesa nel luglio 2016 attesi i risultati negativi della Tomoscintigrafia Globale Corporea;
  • che nel mese di novembre 2016 veniva nuovamente ricoverata presso l’Humanitas a causa della ripresa del linfoma e sottoposta quindi ad un nuovo ciclo chemioterapico (BEGEV) più invasivo.

La ricorrente, lamenta che proprio a causa dell’errata esecuzione della prima biopsia (con erroneo prelevamento di tessuto pancreatico) si è ritardata la diagnosi di Linfoma di Hodgkin con conseguente colpevole aggravamento della malattia e determinazione di un serio e colpevole ritardo dell’inizio della terapia chemioterapica.

La causa viene istruita attraverso acquisizione del fascicolo dell’ATP e prove testimoniali.

Secondo le prospettazioni della paziente, l’errore medico, avrebbe determinato la ritardata diagnosi di Linfoma di Hodgkin con il conseguente aggravamento della malattia dallo stadio III A al IV A, determinando così un forte e colpevole ritardo dell’inizio della terapia chemioterapica, con ulteriore perdita di chances di sopravvivenza.

Inoltre la donna deduce che la Struttura non l’avrebbe adeguatamente informata circa la possibilità di eseguire la conservazione degli ovuli a cagione di tale anticipata menopausa a cui era stata avviata per sottoporsi al ciclo chemioterapico ed in special modo della mancata esecuzione della conservazione degli ovociti, metodo atto a preservare la fertilità.

La CTU ha accertato l’inesatto adempimento della prestazione terapeutica da parte della Azienda Ospedaliera e la riconducibilità causale dei danni connessi alla errata scelta della sede ed alla errata esecuzione della biopsia.

I CTTUU, hanno accertato che ” la condotta tenuta dai sanitari convenuti appare censurabile sia per la sede anatomica prescelta per la biopsia, sia per la conduzione dell’intervento di videolaparoscopia. In particolare vi era la possibilità di effettuare una biopsia di un linfonodo superficiale come quello ascellare destro, assai meno invasiva ed a minor rischio di complicanze rispetto a quella intra -addominale . Vi era altresì la possibilità di ricorrere ad una biopsia mini -invasiva della massa mediastinica per via TC_guidata, come di fatto e stato effettuato in data 5.12 .2015 (manovra che e risultata di rapida esecuzione e del tutto scevra da complicanze). Inoltre, per quanto in fase preoperatoria sia stato effettuato un controllo ecografico della “sospetta” linfoadenopatia celiaca, di fatto l’esame istologico ha categoricamente escluso la presenza di tessuto linfatico nel prelievo rinvenendo esclusivamente tessuto pancreatico normale”.

“E’ possibile ritenere accertato che a seguito dell’intervento del 16.11.2015 sia stata causata una lesione pancreatica correlata alla impropria asportazione di tessuto linfonodale, poi rilevatasi all’esame istologico costituito in realtà da parenchima normale, correlabile ad una vera e propria lesione iatrogena, che ha determinato complicanze intra -addominali post – operatorie precoci e conseguenze tardive, evitabili mediante una più attenta conduzione dell’atto chirurgico. Tale impropria asportazione, ha comportato complicanze post -operatorie precoci con necessità di ricovero in data 21.11.2015 e quindi presso Rianimazione d’Emergenza e del Trauma, ove venne trattata con analgesici maggiori con riposizionamento di PICC e successiva valutazione TC addome”.

In replica alle critiche mosse dai CTP: “la pancreatite cronica è stata valutata ai fini della quantificazione del danno biologico, mentre nel caso di specie la causa prevalente dell’osteoporosi è riconducibile allo stato di ipoganadismo iatrogenicamente indotto dai regimi polichemioterapici somministrati per il trattamento della neoplasia di base più che dagli esiti pancreatici che si possono riscontrare solo nei casi di grave insufficienza pancreatica”.

In conclusione, i CTU hanno indicato nella misura del 8% il danno permanente, in 30 giorni la inabilità temporanea totale, in 30 giorni la riduzione di integrità psicofisica temporanea parziale del 50%.

Il danno non patrimoniale, inerente l’errata esecuzione della biopsia viene liquidato con l’importo di euro 18.552,32.

Venendo alla seconda doglianza, inerente la responsabilità per il ritardo diagnostico e la compromissione delle condizioni cliniche, i CTU hanno accertato: ” per quanto riguarda le possibili ripercussioni negative relative al ritardo diagnostico ed alla compromissione delle condizioni cliniche generali della Pz, si distinguono ai fini terapeutici fondamentalmente gli stadi iniziali (stadio I e II) da quelli avanzati (stadio III o IV) . In questo caso, tanto all’atto del ricovero iniziale (27/10/2015) quanto all’epoca della definizione diagnostica effettiva mediante agobiopsia mediastinica e quindi dopo circa un mese, la malattia neoplastica e evoluta, al più, da uno stadio III A ad uno stadio IV A (data la dimostrazione alla PET/TC del 15/1/2016 di localizzazioni ossee). In pratica, l’unica differenza di possibile progressione sarebbe costituita dalla comparsa di metastasi ossee circa due mesi dopo l’iniziale ricovero, che non erano diagnosticabili agli esami precedenti. Volendo formulare una stima prudente di tale potenziale perdita di chances correlata alla evoluzione dallo stadio IIIA a quello IVA, questa potrebbe essere quantificata al massimo nell’ordine del 10% a 10 anni .”

Essendo, dunque, dimostrato un nesso causale tra la condotta dei sanitari dell’Azienza, in punto di ritardo diagnostico, e la conseguente compromissione delle condizioni cliniche generali della donna, è indubbio che la malattia neoplastica si sia evoluta da uno stadio III A ad uno stadio IV A .

Ebbene, si fini della quantificazione del danno, il Giudice ritiene che la somma a titolo di danno non patrimoniale per la ritardata messa in atto della terapia e perdita del 10% di chances di sopravvivenza a 10 anni, vada liquidata in euro 20.000,00, oltre interessi.

Infine, sul danno da perdita della possibilità di procreare mediante criopreservazione del tessuto ovarico oppure criopreservazione ovocitaria, nell’elaborato peritale così si legge: “quanto alla mancata adozione di precauzioni farmacologiche al fine di prevenire la menopausa e le relative conseguenze nei confronti di una futura maternità, nella consulenza ematologica del 18/12/2015 risulterebbe che tale problematica sia stata specificamente illustrata alla pz…si discute con la paziente le opzioni terapeutiche e la necessità di posizionare CVC Port oltre che ai rischi di potenziale sterilità per cui la paziente ci farà sapere se eseguire raccolta di cellule uovo”……. oltre che da una visita ginecologica del 30/12/2015 nel corso della quale è stato predisposto il relativo programma farmacologico; non sussistono ulteriori dati riguardo alle effettive ragioni che hanno portato al mancato rispetto di tale protocollo terapeutico ma in base a quanto documentato, non sono rilevabili atti di malpractice medica”.

Ne deriva che alla donna veniva fornita una corretta informazione sulla possibilità di sottoporsi al protocollo farmacologico per la stimolazione ovarica.

Le prove testimoniali assunte hanno confermato che vi è stata tale corretta informazione prima dell’inizio della chemioterapia.

Sotto tale profilo, quindi, nessuna malpractice può essere addebitata alla Azienda convenuta.

Tuttavia, in data 8/01/2016, quando alla paziente viene tolto il drenaggio addominale, causa impeditiva delle cure, nessuna corretta informazione sulla possibilità di poter ricorrere a metodiche atte a preservare la fertilità la cui pratica era ancora possibile, è stata fornita alla donna.

Nei chiarimenti forniti dai CTU si legge che “riguardo alla teorica possibilità di ricorrere a metodiche atte a preservare la fertilità, si fa presente che, erano attuabili sostanzialmente due approcci quello della criopreservazione del tessuto ovarico e quello della crio – preservazione ovocitaria: entrambi gli approcci non avrebbero dovuto trovare particolari controindicazioni neanche da un punto di vista temporale dal momento che la paziente e stata avviata al trattamento antineoplastico specifico secondo lo schema ABVD solo in data 26.01.2016”.

Conseguentemente, la possibilità non meramente ipotetica di poter ricorrere ad una delle due metodologie indicate dai CTTU, unite al mancato assolvimento dell’ onere probatorio, inducono a ritenere sussistente la mancata informazione alla paziente sulla possibilità di poter preservare gli ovuli.

Dalla lesione del diritto all’autodeterminazione è indubbiamente derivato alla donna un danno, di natura non patrimoniale, in termini di sofferenza soggettiva connessa a tale perdita, giacchè se la stessa fosse stata correttamente informata della possibilità di poter procedere alla conservazione degli ovuli, e quindi se il consenso fosse stato correttamente acquisito, è ragionevole presumere che la stessa si sarebbe determinata ad intraprendere tale pratica di conservazione degli ovuli per mantenere aperta la possibilità di scegliere se intraprendere una futura gravidanza.

Per la liquidazione di quest’ultima voce di danno, il Tribunale tiene presente l’età della paziente (30 anni), la potenzialità a divenire madre, e il presumibile desiderio di volere nuovamente essere madre in considerazione del fatto che l’unico figlio, di appena 21 mesi, era da poco deceduto.

Il pregiudizio viene stimato e liquidato nell’importo di euro 50.000,00.

L’azienda Sanitaria viene condannata al pagamento, in favore dell’attrice, della somma di euro 88.552,32, oltre al pagamento della somma di euro 50.000,00, oltre danno patrimoniale per euro 8.654,80, oltre alle spese di giudizio e di ATP.

Avv. Emanuela Foligno

Sei vittima di errore medico o infezione ospedaliera? Hai subito un grave danno fisico o la perdita di un familiare? Clicca qui

Leggi anche:

Shock settico per sepsi multipla contratta durante il ricovero

- Annuncio pubblicitario -

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui