Anche i genitori rispondono, ex art. 2048 c.c., della calunnia del figlio che abbia ingiustamente denunciato atti di bullismo

La vicenda

Nel dicembre del 2013 un minore, all’epoca undicenne, denunciò, per il tramite di sua madre, di essere stato vittima di atti di bullismo perpetrati ai suoi danni da alcuni coetanei-

Le azioni violente, consistite in lesioni, richieste di denaro, minacce anche con armi, si sarebbero verificate all’interno dei bagni della scuola.

Per tali fatti, la Procura dei Minori di Genova istruì un procedimento penale a carico dei tre minorenni, per i reati di cui agli artt. 110, 81, 629 co. 1 e 2 in relazione all’art. 628 co. 3 n. 1, 582, 61 n. 2 c.p., 4 L. 110/75.

Grazie alle dichiarazioni della vittima fu possibile identificare il principale autore dei fatti denunciati, un quattordicenne che fu, dapprima convocato in caserma dai carabinieri e poi, interrogato.

Tuttavia nel maggio del 2014, il PM chiese l’archiviazione del procedimento in quanto il denunciante ascoltato ancora una volta dai Carabinieri, aveva dichiarato di essersi inventato ogni cosa. E il procedimento fu definitivamente archiviato nel novembre del 2014.

A seguito dell’accaduto, il quattordicenne denunciato e sua madre citarono in giudizio, davanti al Tribunale di Savona, i genitori del minore autore della finta denuncia, sostenendo che la loro vita era stata rovinata da tale episodio e, pertanto, chiedevano il risarcimento di tutti i danni subiti.

Senza alcun dubbio il minore si era reso autore del reato di calunnia, avendo accusato ingiustamente di un reato un ragazzo di poco più grande. Nessun dubbio, quindi, sull’illiceità del fatto compito. Si trattava, tuttavia, di valutare la sussistenza o meno di una responsabilità in capo ai genitori di quest’ultimo.

La norma di riferimento è l’art. 2048, co. 1, c.c., posto che nessuna delle parti aveva sostenuto che il finto denunciate fosse incapace di intendere e di valore (in tal caso avrebbe dovuto farsi applicazione alla dell’art. 2047 e non dell’art. 2048 c.c.).

Il giudizio civile per il risarcimento

La giurisprudenza prevalente ritiene che la fattispecie di cui all’art. 2048 c.c. abbia natura di responsabilità diretta per fatto proprio colpevole, consistente, nella specie, nel non aver il genitore, con idoneo comportamento, impedito il fatto dannoso (Cass. 20322/05, Cass. 4481/01 e Cass. 9815/97).

Essa è fondata su di una duplice presunzione di colpa, di natura specifica (la culpa in vigilando e la culpa in educando), la quale non consiste tanto nel non aver impedito il verificarsi del fatto ma risiede in una condotta anteriore alla commissione dell’illecito: la violazione dei doveri inderogabili posti a carico dei genitori dall’art. 147 c.c. (obbligo di istruire, mantenere ed educare la prole) “attraverso una costante opera educativa, finalizzata a correggere comportamenti non corretti ed a realizzare una personalità equilibrata consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria ed altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito”.

La prova liberatoria prevista dall’art. 2048 c.c. 

“I genitori, perciò, per superare la presunzione di colpa prevista dall’art. 2048 c.c., debbono fornire non la prova legislativamente predeterminata di non aver potuto impedire il fatto (atteso che si tratta di prova negativa), ma quella positiva di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una vigilanza adeguata, il tutto in conformità alle condizioni sociali, familiari, all’età, al carattere e all’indole del minore. L’inadeguatezza dell’educazione impartita e della vigilanza esercitata su un minore, fondamento della responsabilità dei genitori per il fatto illecito dal suddetto commesso, può essere desunta, in mancanza di prova contraria, dalle modalità dello stesso fatto illecito, che ben possono rivelare il grado di maturità e di educazione del minore, conseguenti al mancato adempimento dei doveri incombenti sui genitori, ai sensi dell’art. 147 cod. civ. (Cass. 26200/11).

In altre parole, la gravità della condotta del minore, è, di per sé, sintomo del mancato raggiungimento della prova liberatoria posta a carico dei genitori dalla norma del codice civile.

La decisione

Il giudice di primo grado ha pertanto, ritenuto di dover liquidare il danno patito dal quattordicenne, vittima di calunnia, ricorrendo ai criteri contenuti nelle tabelle milanesi, per poi procedere alla personalizzazione del danno non patrimoniale.

Ed invero, secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, l’aumento delle voci di danno e del quantum risarcibile è possibile solo se il danneggiato dia prova di aver subito una sofferenza superiore rispetto a quella indefettibilmente collegata a quel tipo di lesione o danno.

Nel caso in esame, il quattordicenne aveva dichiarato di aver provato forte “disagio e vergogna” all’interno della scuola a causa delle false accuse; “paura, sgomento e rabbia”, erano invece, le sensazioni provate dalla madre. Entrambi, i relativi stati d’animo erano poi degenerati in una patologia, accertata in sede medico legale.

Ebbene, il giudice di primo grado ha ritenuto credibile quanto affermato dai due ricorrenti: “è presumibile – ha affermato – che gli attori abbiano vissuto i giorni successivi alla denuncia, quanto meno per il tempo necessario per l’archiviazione del fascicolo, tra ansia e paura, subendo uno sconvolgimento delle proprie abitudini di vita ed una perdita di stima; (…) il quattordicenne si era visto additato a scuola come un potenziale “bullo”, mentre la madre aveva vissuto, in quanto genitrice di un piccolo delinquente, il fallimento del proprio ruolo genitoriale”.  

Per queste ragioni, il danno è stato liquidato nella somma complessiva di euro 7.800,00 per ciascuno di essi.

La redazione giuridica

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