La ricerca è stata realizzata dalla Washington University School of Medicine e pubblicata su Annals of Clinical and Translational Neurology.

Una recente ricerca della Washington University School of Medicine, pubblicata su Annals of Clinical and Translational Neurology, avrebbe avanzato l’ipotesi secondo cui i farmaci immunosoppressori potrebbero essere efficaci contro il morbo di Parkinson.

L’attenzione dei ricercatori è tutta puntata sui farmaci della classe degli inibitori di IMDH.

La speranza è infatti che queste terapie possano non solo prevenire, ma anche la rallentare la progressione del Parkinson nei pazienti già diagnosticati.

Secondo Brad Racette, Professore di Neurologia presso la WU “è da tempo che si sospetta un ruolo importante del sistema immunitario nella genesi del danno neurologico alla base del Parkinson”.

Nel loro studio, gli scienziati hanno evidenziato che alcune classi di immunosoppressori riducono il rischio di sviluppare questa patologia.

“C’è una classe particolare di questi farmaci – dichiara Racette – che sembra particolarmente promettente; ma per stabilire con certezza se sia in grado anche di rallentare la progressione di malattia saranno necessari studi ad hoc”.

Esaminando milioni di cartelle cliniche e sviluppando un algoritmo per prevedere chi, tra i pazienti esaminati, avrebbe sviluppato il morbo di Parkinso, il gruppo di Racette è arrivato a questa conclusione.

I ricercatori hanno scoperto che i pazienti con varie tipologie di malattie autoimmuni avevano minori probabilità rispetto al resto della popolazione di sviluppare il morbo di Parkinson.

Come noto, le patologie autoimmuni sono un vasto gruppo di malattie in grado di influenzare diversi organi e apparati e causate da svariate ‘malfunzioni’ del sistema immunitario.

Il loro punto in comune è che tutte vanno trattate con farmaci immunosoppressivi.

Fatto ciò, gli autori dello studio hanno analizzato i registri relativi alle prescrizioni farmacologiche del sistema Medicare. In particolare, quelle relative a 48.295 pazienti con diagnosi di Parkinson e di 52.324 persone senza questa patologia.

Così sono riusciti a individuare 26 farmaci immunosoppressivi, appartenenti a 6 diverse classi terapeutiche. Dopodiché sono andati a verificare a quali gruppi di pazienti fossero stati somministrati farmaci immunosoppressivi un anno, o ancora prima, rispetto alla diagnosi di Parkinson.

Ebbene, i risultati di questo studio sono stati sorprendenti. Hanno infatti dimostrato come le persone in terapia con varie tipologie di questi farmaci immunosoppressori risultassero a rischio significativamente inferiore di sviluppare morbo di Parkinson.

Nello specifico, chi aveva ricevuto trattamenti con cortisonici presentava un rischio ridotto di Parkinson del 20%. Nei pazienti trattati con inibitori della inosina monofosfato deidrogenasi (IMDH), il rischio si riduceva di un terzo.

Risultati importanti, questi, che suggeriscono che ridurre la risposta immunitaria con queste classi di farmaci potrebbe risultare efficace.

Non è però ancora possibile escludere eventuali effetti collaterali.

“Abbiamo tuttavia bisogno di terapie – dichiara Racette – per le persone che abbiano appena ricevuto la diagnosi di questa malattia, così da cercare di rallentarne l’evoluzione”.

“È solo un’ipotesi – concludono gli studiosi – ma sembra ragionevole pensare che, se un farmaco è in grado di ridurre il rischio di sviluppare questa malattia, probabilmente è anche in grado di rallentarne l’evoluzione. Ed è quello che stiamo cercando di verificare con gli studi attualmente in corso.”

Adesso, il team intende focalizzarsi su uno studio proof-of-concept su pazienti con Parkinson neo-diagnosticato. Lo scopo è vedere se questi farmaci hanno l’effetto sperato sul sistema immunitario.

Anche se, come conferma Racette, “è ancora troppo presto per pensare a trial clinici per valutare se siano in grado di modificare la malattia, ma di certo l’ipotesi è intrigante”.

 

 

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