La società datrice non impediva, né vigilava, sull’attività di sollevamento di pesi eccessivi svolta dal singolo dipendente (Corte di Appello di Roma, Sez. lavoro e previdenza, sentenza n. 2683/2020 pubblicata il 7 gennaio 2021)

Il lavoratore infortunato appella la sentenza del Tribunale di Viterbo n. 324/2016, emessa il 19.10.2016, onde vedere accertata la responsabilità del datore di lavoro nella causazione dell’infortunio legato al sollevamento di pesi eccessivi

Il lavoratore chiedeva al Tribunale di Viterbo di accertare la responsabilità dell’ex datore di lavoro in relazione all’infortunio da lui subito in data 28 marzo 2011 inerente lesioni alla schiena quale effetto del sollevamento di un vaso di circa 25 chilogrammi e di condannarlo al risarcimento dei danni patiti per euro 85.837,25 (al netto di quanto ricevuto quale indennizzo INAIL che aveva riconosciuto l’8% di compromissione dell’integrità psicofisica ) per danno biologico e morale, oltre al danno da invalidità temporanea assoluta e relativa, al danno da perdita di chance, e al danno alla capacità lavorativa generica e specifica, tenuto conto che in seguito all’infortunio è sopravvenuta una inidoneità fisica alla mansione che ha condotto alla cessazione del rapporto di lavoro e al progressivo aggravarsi delle condizioni di salute.

Il Tribunale di prime cure rigettava il ricorso in quanto l’affermazione della società che trattavasi di una attività non meccanizzabile non veniva contestata dal lavoratore ed in quanto alcuni testimoni riferivano che i pezzi più pesanti andavano movimentati in coppia e non singolarmente. Per tali ragioni il primo Giudice ascriveva la responsabilità dell’infortunio al lavoratore.

Il lavoratore ricorre in appello insistendo sulla responsabilità del datore di lavoro ed eccependo l’omessa vigilanza datoriale in assenza di scriminante di comportamento abnorme del lavoratore.

La Corte dispone CTU Medico-Legale e ritiene l’appello fondato.

Preliminarmente viene osservato che la riconducibilità del danno alla attività lavorativa, e non ad altre cause preesistenti, è stata accertata in altro giudizio che fa stato nei confronti della odierna appellata.

La responsabilità gravante sul datore di lavoro ex art. 2087 c.c. è di carattere contrattuale con la conseguenza che il riparto degli oneri probatori nella domanda di danno da infortunio sul lavoro si pone negli stessi termini dell’art. 1218 c.c. circa l’inadempimento delle obbligazioni.

In altri termini, il lavoratore deve allegare e provare l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, l’esistenza del danno ed il nesso causale tra quest’ultimo e la prestazione, potendo a tal fine limitarsi all’ allegazione della circostanza dell’inadempimento della controparte.

Per contro, il datore di lavoro deve provare il proprio adempimento, o che l’inadempimento è dovuto a causa a lui non imputabile e, cioè, di aver adempiuto interamente all’obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno.

Ciò posto, secondo la Corte, le contrastanti deposizioni testimoniali rese fanno ritenere non provata l’avvenuta sorveglianza sul rispetto della direttiva consistente nella movimentazione in coppia – e non singolarmente – dei pezzi più pesanti e pertanto in tal senso deve ritenersi soccombente il datore di lavoro che è onerato dalla relativa prova.

In tal senso, osserva il Collegio “in caso di violazione delle norme poste a tutela dell’integrità fisica del lavoratore, è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute. Ne consegue che, una volta esclusa tale condotta, l’imprenditore è interamente responsabile dell’infortunio che ne sia conseguito fungendo la violazione dell’obbligo di sicurezza quale unico fattore causale dell’evento, e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato, avendo egli il dovere di proteggere l’incolumità di quest’ultimo, nonostante la sua imprudenza e negligenza”.

Due dei testi hanno riferito che la prescrizione della movimentazione “in coppia” non era sempre osservata.

Altro teste ha confermato che i carichi venivano movimentati singolarmente in quanto non si poteva attendere che si liberasse un collega.

Da ciò ne consegue come pacifico che la società datrice non impediva la movimentazione singola dei carichi pesanti.

I carrelli predisposti dal datore di lavoro per spostare i carichi non risolvono il problema in quanto l’evento si è prodotto proprio nel passaggio del materiale fra il tornio ed il carrello.

Inoltre, la direttiva aziendale, prevedendo di movimentare in coppia i pezzi superiori ai 25 chili, anche se osservata e fatta regolarmente osservare, avrebbe potuto essere inefficace nella protezione del lavoratore.

Per tali ragioni il Collegio ritiene sussistente la responsabilità datoriale e riconosce il danno differenziale in quanto le prestazioni erogate dall’Inail all’infortunato non esauriscono il ristoro del danno patito dal lavoratore.

Conseguentemente, l’indennizzo erogato o erogabile dall’Inail non esclude la possibilità per il danneggiato di ottenere l’integrale ristoro del maggior danno subito quantificato secondo i criteri civilistici.

Il CTU ha accertato che a causa dell’infortunio il lavoratore è risultato affetto da “esiti di trauma distrattivo del rachide lombare con sintomatologia dolorosa e trattato con intervento di denervazione in radiofrequenza delle faccette articolari lombari L3, L4 e L5 di sinistra, a seguito del quale sono residuati postumi permanenti caratterizzati da lombosciatalgia cronica con segni elettromiografici di radicolopatia cronica bilaterale distrettuale e deficit di medio grado dei movimenti del tronco in soggetto con protrusioni discale L3 -L4 e L4 – L5 ed ernia discale L5 -S1 co n compressione sul sacco durale” e ha indicato una percentuale di invalidità permanente pari al 14%.

Per la liquidazione del danno vengono utilizzate le tabelle del Tribunale di Milano che includono anche la voce relativa al danno morale, addivenendosi all’importo di euro 61.873,50, cui va detratta la somma di euro 6.870,13 percepita dall’INAIL a titolo di danno biologico e morale oltre rivalutazione ed interessi dal 1.1.2019.

L’importo è stato personalizzato rispetto a quello generico stabilito in tabella (che sarebbe stato di euro 44.040,00, di cui euro 39.630,00 a titolo di ristoro dell’invalidità permanente, euro 2.940,00 a titolo di ITT e euro 1.470, 00 a titolo di ITP), poiché il lavoratore ha subìto l’ulteriore grave danno di natura patrimoniale consistente nella perdita del lavoro in seguito all’infortunio e nella permanente inidoneità acquisita allo svolgimento delle mansioni per le quali si era specializzato.

Le spese di lite del doppio grado e quelle di CTU vengono poste in capo al datore di lavoro.

Avv. Emanuela Foligno

Hai vissuto una situazione simile? Scrivi per una consulenza gratuita a redazione@responsabilecivile.it o invia un sms, anche vocale, al numero WhatsApp 3927945623

Leggi anche:

Infortunio sul lavoro causa grave paresi: nessun danno alla sfera sessuale

LASCIA UN COMMENTO O RACCONTACI LA TUA STORIA

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui