Vengono considerate ai fini della liquidazione tutte le perdite relazionali della vita del paziente dovute a sindrome compartimentale e il Tribunale personalizza il danno subito nella misura massima (Tribunale di Novara, Sentenza n. 388 del 25 agosto 2020)

Il paziente cita a giudizio l’azienda ospedaliera di Novara onde ottenere il risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, subiti per le omissioni diagnostiche e terapeutiche in occasione dell’intervento resosi necessario in seguito a infortunio avvenuto nel corso di attività sportiva e del successivo percorso post-operatorio.

Nello specifico il paziente deduce:

“- di essersi infortunato il 18.9.2005 durante una partita di calcio, procurandosi una lesione diagnosticata come “frattura biossea gamba destra”;

– di essere stato immediatamente ricoverato presso l’Ospedale e di essere stato ivi sottoposto, in data 21.9.2005, a intervento di riduzione e di sintesi della frattura;

– che, tuttavia, già in data 22.9.2005, in relazione alla sintomatologia manifestata dal paziente (gamba e piede notevolmente edematosi e dolenti, difficoltà al movimento delle dita), insorse il sospetto di una iniziale sindrome compartimentale, per cui fu sottoposto a consulto di chirurgia vascolare, ripetuto in seguito al trasferimento, il giorno successivo, presso la Casa di Cura dell’Azienda ospedaliera;

– all’atto delle dimissioni i medici diedero atto della sopravvenienza nell’immediato decorso postoperatorio di una sindrome compartimentale, trattata con somministrazione di farmaci, con apparente rapido miglioramento della situazione vascolare;

– per contro le numerose visite effettuate nei mesi successivi confermarono la persistente presenza di una grave e ormai irreversibile sindrome compartimentale, con conseguente necessità di sottoporsi a plurimi interventi chirurgici e ulteriori accertamenti, sino alla stabilizzazione dei postumi.”

Il paziente, quindi, eccepisce che l’Azienda ospedaliera, pur di fronte al sospetto, tempestivamente insorto, del manifestarsi della sindrome compartimentale, non eseguiva intervento di fasciotomia decompressiva che, ove immediatamente praticato, sarebbe stato risolutivo o avrebbe minimizzato le conseguenze della sindrome.

Il giudizio viene istruito con CTU Medico-Legale e prove testimoniali.

La CTU ha riconosciuto in capo ai Sanitari una colpevole omissione diagnostica e terapeutica che, ove evitata, avrebbe consentito di prevenire o comunque di minimizzare i gravi danni subiti dal paziente.

In particolare, il CTU: “dato atto che nell’incidente sportivo occorso l’attore subì una frattura alla gamba (lesione ad alta energia), adeguatamente trattata ……. il decorso post -operatorio successivo all’intervento del 21.9.2005 fu caratterizzato dalla insorgenza di sindrome compartimentale, complicanza ” determinata da un aumento della pressione nei vari compartimenti dell’arto (maggiormente a livello della gamba e del braccio) ove i muscoli si trovano contenuti in compartimenti rigidi ossei e fasciali, e possono andare incontro a serie complicanze ischemiche allorché la pressione fasciale supera la pressione corporea”….. “. Trattasi di complicanza di incidenza rara, che tuttavia conduce, laddove non adeguatamente evidenziata e trattata, a serie alterazioni funzionali a valle della lesione.”…”..la causa della insorgenza della sindrome compartimentale è in sé da rinvenirsi in una serie complessa di fattori successivi a un forte trauma, soprattutto ove esso colpisca gambe e braccia, quali alterazioni locali meccaniche, alterata permeabilità capillare, edema, e ipossia, il sopraggiungere di tale condizione clinica è imprevedibile e imprevenibile. Peraltro, sebbene, una volta verificatosi il trauma, l’insorgenza della complicanza non sia preventivabile e in ogni caso non sia evitabile con opportuna profilassi, una volta insorta la sindrome può essere diagnosticata e trattata e, ove ciò avvenga tempestivamente, gli esiti possono essere pressoché completamente risolti.”

“Le maggiori criticità si presentano nella diagnosi della sindrome, dal momento che i sintomi, rappresentati ” da dolore spontaneo, parestesie, paresi e dolori alla mobilizzazione dell’estremità delle dita della mano o del piede “, sono dunque “variabili, a volte fugaci, non sempre ben distinguibili dalla sintomatologia conseguente al trauma riportato “…….”Peraltro nella specie il sospetto diagnostico insorse e fu certificato assai tempestivamente. Già in data 22.9.2005, il giorno successivo all’intervento, infatti, venne segnalato: ” ferita in ordine, gamba e piede edematosi e dolenti con difficoltà al movimento delle dita (iniziale sindrome compartimentale?) “.

“Scelta attendistica” non condivisibile, la causa dei successivi danni subiti dall’attore, il fatto che, pur a fronte del sospetto diagnostico, i medici non abbiano provveduto a determinare la pressione compartimentale, cosa che sarebbe stato agevole fare “con metodica cruenta, rapida e semplice, ottenibile con apposito strumento che dovrebbe essere sempre presente specie in reparti ortopedici e di chirurgia vascolare ” e che, successivamente, avuta conferma diagnostica, non abbiano provveduto a operare una fasciotomia.

Tale manovra “di per sé semplice ed efficace ma molto invasiva”, consiste nell'”incidere longitudinalmente con bisturi la cute e la fascia avvolgente le varie logge muscolari della gamba, lasciando successivamente guarire la lesione per seconda intenzione. La fasciotomia è pertanto un’emergenza chirurgica che riducendo la pressione dentro i compartimenti riduce e può anche annullare gli esiti della SC. Tanto più la fasciotomia sarà tempestiva tanto più minori i danni permanenti “.

“La valutazione sulla necessità della fasciotomia è il secondo passaggio che può comportare delle criticità, trattandosi di metodologia invasiva cui è indicato procedere solo ove strettamente necessario. …… se i medici avessero provveduto a misurare strumentalmente la pressione compartimentale, anziché affidarsi a un mero monitoraggio delle condizioni della gamba (peraltro solo parzialmente documentato) e a un ecodoppler scarsamente significativo sarebbe emersa la gravità della sindrome che, invece, nel giro di appena un mese dall’intervento si stabilizzò con esiti di necrosi così importanti come quelli in effetti prodottisi.”

In conclusione: “il caso in esame presenta da un lato una particolare tempestività diagnostica (che rappresenta la fase più difficile caratterizzata da edema, ridotta motilità e dolore). Tale tempestivo sospetto diagnostico, non fu seguito da altrettanta tempestività terapeutica che avrebbe dovuto condurre: 1) A misurazione della pressione intrafasciale 2) Ad esecuzione della fasciotomia”.

Sulla scorta di tali conclusioni il Tribunale afferma la responsabilità dell’Azienda ospedaliera e al paziente viene riconosciuta l’invalidità temporanea in 7 mesi complessivi, di cui 10 giorni a totale per ospedalizzazione; 90 giorni a parziale massima al 50% in relazione ai multipli interventi; il rimanente periodo, pari a 3 mesi e 20 giorni, a parziale minima con danno biologico permanente del 13 %.

Relativamente alla personalizzazione del danno invocata, il Tribunale osserva che la misura standard del risarcimento derivante dal sistema tabellare milanese c.d. del punto variabile, può essere aumentata solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale e peculiari.

La circostanza che le menomazioni subite dal paziente siano state particolarmente incisive e invalidanti in ragione della sua giovane età, privandolo della spensieratezza tipica dell’età e pregiudicandogli la possibilità di svolgere le attività sportive che i suoi coetanei normalmente svolgono, vengono ritenute già comprese nella liquidazione standard secondo i valori medi.

Al riguardo il Tribunale motiva che: “sia perchè il punto percentuale pesa maggiormente per le età più giovani, sia perché per definizione le attività tipiche della gioventù, che risultino impedite in conseguenza delle lesioni di cui si parla, risultano incise allo stesso modo in qualunque giovane di pari età che abbia subito le medesime menomazioni.”

Tuttavia, è documentato dalle certificazioni mediche in atti ed è ripercorso nella CTU che la stabilizzazione dei postumi sia giunta solo all’esito di un lungo percorso costellato da plurimi accertamenti, continua riabilitazione e da ben sette interventi, l’ultimo dei quali documentato nel 2014.

Inoltre, l’impedimento totale alla pratica di sport implicanti la corsa e il salto, sono particolarmente significativi per l’attore che ha fornito la prova di svolgere attività sportiva a partire dai 6 anni di età sino a divenire giocatore di calcio a livello agonistico.

Viene dunque considerato anche questo aspetto della vita del paziente e il Tribunale ritiene di personalizzare il danno subito nella misura massima rispetto a quella prevista dalle Tabelle milanesi.

In conclusione, viene riconosciuto all’attore: euro 12.127,50 per l’invalidità temporanea; euro 38.068,00 per il danno biologico permanente, da personalizzarsi tramite aumento massimo del 46 %, pari a euro 17.511,28; e così complessivamente euro 67.706,50 a titolo di risarcimento, personalizzato nella misura massima consentita dalle Tabelle milanesi, oltre spese mediche documentate.

Avv. Emanuela Foligno

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