Respinto il ricorso di un motociclista che invocava la presunzione di pari colpa relativamente a un sinistro stradale con un’automobile

In caso di tamponamento tra veicoli, la presunzione di pari colpa di entrambi i conducenti, di cui all’art. 2054, comma 2, c.c., è superata, ex art. 149, comma 1, cod. strada, dalla presunzione “de facto” di inosservanza della distanza di sicurezza da parte del tamponante, sul quale grava l’onere di fornire la prova liberatoria, dimostrando che il tamponamento è derivato da causa in tutto o in parte a lui non imputabile, che può consistere anche nel fatto che il veicolo tamponato abbia costituito un ostacolo imprevedibile ed anomalo rispetto al normale andamento della circolazione stradale.

Lo ha chiarito la Cassazione con l’ordinanza n. 21513/2020 nel respingere il ricorso di un motociclista che si era visto rigettare dai Giudici del merito la richiesta di condanna in solido di un automobilista e della sua compagnia assicurativa al risarcimento dei danni subiti in occasione di un incidente stradale.

In base a quanto ricostruito la vettura condotta dalla convenuta, che procedeva al centro strada, improvvisamente, senza alcuna preventiva segnalazione, deviava verso destra per immettersi nei parcheggio posto sul lato destro della carreggiata, urtando la parte posteriore sinistra della moto che l’attore conduceva, provocando la sua caduta.

Sia il Giudice di Pace che il Tribunale, in sede di appello, avevano ritenuto che la responsabilità dell’incidente dovesse porsi a carico esclusivo dell’attore.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, il ricorrente eccepiva che il Giudice del gravame avesse ritenuto esente da censure il comportamento della controparte, pur non risultando che la conducente dell’auto “avesse rispettato le norme del codice della strada o che avesse tenuto un comportamento diligente durante la manovra di immissione nel parcheggio”.

Inoltre, a detta del motociclista, il Tribunale avrebbe formato il proprio libero convincimento su un presupposto totalmente errato e diverso da quello reale, rappresentato dal fatto che i vigili urbani avessero accertato che egli con la moto si fosse frapposto alla vettura. A suo dire, invece, il rapporto dei vigili urbani descriveva la dinamica del sinistro ben diversamente, nel senso che era stata la vettura, mentre egli era intento a sorpassarla sulla destra, a svoltare repentinamente a destra, frapponendosi sulla sua traiettoria.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno ritenuto di non accogliere le doglianze proposte. Per la Cassazione, infatti, il Tribunale aveva provveduto ad una puntuale e circostanziata descrizione della dinamica dell’incidente, collimante con le risultanze di causa — testimonianza degli agenti della polizia municipale, dichiarazioni rese dal ricorrente nell’immediatezza del fatto, contravvenzione per violazione dell’art. 148, comma 3, codice della strada — da cui emergeva che: il ricorrente non aveva rispettato la distanza di sicurezza, non essendo stato in grado di garantire l’arresto del mezzo e di evitare la collisione con l’auto della convenuta; che era intento a sorpassare da destra l’auto di quest’ultima e che non vi era nemmeno un principio di prova che lasciasse intendere che l’incidente fosse stato causato dall’improvvisa svolta a destra da parte dell’automobilista a carico della quale, peraltro, non era emersa alcuna violazione del codice della strada o l’assunzione di un comportamento non diligente nell’esecuzione della manovra di immissione nel parcheggio.

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