In tema di infortunio sul lavoro per violazione dell’obbligo di tutela della salute un evento è da considerarsi causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo

La vicenda trae origine da un incidente stradale in cui perdeva la vita un lavoratore impegnato nel trasporto di merci con un mezzo aziendale.

Venivano instaurati un procedimento penale e uno civile per il riconoscimento del diritto al risarcimento del danno ex art. 2087 c.c..

Nel procedimento civile la dinamica del sinistro veniva accertata da una CTU dalla quale emergeva che il mezzo procedeva ad una velocità irregolare (oltre i limiti), sovraccarico di merce e con pneumatici lisci.

L’esito della CTU attribuiva la causa del sinistro alla velocità  e non al carico delle merci, né dei pneumatici, escludendo qualsivoglia responsabilità datoriale.

Il Giudice di merito rigettava, quindi, la richiesta di riconoscimento di infortunio sul lavoro e dichiarava il datore di lavoro esente da responsabilità per l’evento occorso al lavoratore.

Gli eredi del lavoratore impugnano la sentenza d’appello in Cassazione (sez. Lavoro, sentenza n. 27916 depositata il 30 ottobre 2019), lamentando il mancato riconoscimento di responsabilità in capo al datore di lavoro e l’errata valutazione del nesso causale eseguita sulla base del principio penalistico e non civilistico del più probabile che non.

Preliminarmente la Suprema Corte precisa che ai sensi dell’art 2087 c.c., il datore di lavoro è responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore anche quando l’incidente è causato da disattenzione, imprudenza, negligenza e imperizia del lavoratore medesimo.

Ne deriva che il datore di lavoro è totalmente esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del lavoratore assuma caratteri abnormi, inopinabili o comunque esorbitanti rispetto al procedimento lavorativo tipico e alle istruzioni ricevute.

Qualora, invece, non sia riscontrabile il carattere di abnormità del comportamento del lavoratore, il datore è responsabile dell’infortunio sul lavoro per inosservanza di norme antinfortunistiche, poiché la violazione dell’obbligo di sicurezza integra l’unico fattore causale dell’evento, non rilevando in alcun grado il concorso di colpa del lavoratore posto che il datore è tenuto a proteggere la sua incolumità nonostante l’imperizia e la negligenza.

Da tale principio nasce l’obbligo di prevenzione che impone al datore di adottare non solo le misure tassativamente necessarie secondo la legge e la prudenza, ma anche tutte quelle misure che in concreto si rendono necessarie per la tutela del lavoro in base all’esperienza ed alla tecnica.

Svolte tali precisazioni, la Corte ribadisce la ripartizione dell’onere della prova: al lavoratore spetta la prova della sussistenza del danno, della nocività dell’ambiente di lavoro e della mancata adozione di misure protettive, nonché del nesso causale tra questi due elementi.

Al datore di lavoro spetta, invece, l’onere di dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie alla protezione del lavoratore, ivi comprese quelle suggerite dal buonsenso e dalla prudenza.

Trattandosi poi di responsabilità aquiliana, vige il principio ex artt. 40 e 41 c.p., secondo il quale un evento è da considerarsi causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo.

Per le prove del processo penale, vige la regola dell’oltre ogni ragionevole dubbio, mentre in materia civile occorre considerare la preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non.

La valutazione va quindi sconnessa dalla probabilità quantitativa di un evento dovendo piuttosto essere considerata la probabilità logica, che si concretizzata nel confronto tra “elementi di conferma” ed “elementi alternativi” disponibili in relazione al caso concreto.

I Giudici di merito si sono correttamente adeguati a tali linee valutative, ben motivando la decisione che quindi risulta resa in conformità all’art. 116 c.p.c..

Il ricorso è stato quindi dichiarato infondato e confermata la sentenza della Corte d’Appello.

Avv. Emanuela Foligno

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