Nel caso di infortunio in cantiere del lavoratore devono ritenersi responsabili oltre al datore anche eventuali appaltatori e coordinatori della sicurezza di tutte le azienda coinvolte

Il lavoratore agisce contro la società datrice, altra società proprietaria del mezzo di movimentazione, e il coordinatore per sentirne accertare la responsabilità solidale. Per l’infortunio in cantiere chiede il risarcimento dei danni per oltre 1 milione e 800 mila euro.

L’uomo, assunto come carpentiere,  esponeva che mentre stava lavorando all’interno di un cantiere nel Comune di Grandate in provincia di Como  per la realizzazione di opere stradali, veniva colpito da una barra di acciaio che si era sfilata dal fascio durante la sua movimentazione tramite gru ad opera altro lavoratore, dipendente di altra società e proprietaria della gru utilizzata per la predetta movimentazione.

Veniva lamentata la responsabilità della società datrice, del delegato per la sicurezza di quest’ultima, del capocantiere della società appaltatrice e dell’architetto coordinatore nella fase di esecuzione dei lavori.

La società datrice si costituiva in giudizio, evidenziando che nel POS erano state correttamente valutate le misure protettive da adottare nelle operazioni di imbragatura e sollevamento pesi, e contestava la quantificazione del danno negando qualsivoglia responsabilità.

Si costituivano in giudizio anche le rispettive Compagnie assicuratrici.

Il Tribunale di Bergamo (sez. lav., sentenza n. 419 del 17 settembre 2020) considera il ricorso fondato e si avvale, per la ricostruzione della dinamica dell’infortunio in cantiere degli atti del giudizio penale e dell’esito degli accertamento svolti dalla ASL di Como.

Viene ritenuto pacifico che l’infortunato, dipendente della società appaltatrice, veniva stato colpito da una barra di ferro sfilatasi dal fascio che veniva movimentato dalla gru di proprietà di altra società  e condotta dal suo dipendente.

Ugualmente ritenuto pacifico che l’infortunio si sia verificato poichè altro soggetto (anch’esso chiamato in giudizio) si trovava sotto il carico in movimento.

Le sbarre di acciaio, una volta imbracate in posizione centrale, venivano sollevate oltre 9 metri di altezza e tale operazione, in quanto non sicura, veniva immediatamente sospesa dall’Asl di Como.

Da ciò emerge la responsabilità della proprietaria della gru e del suo delegato alla sicurezza, essendo stato consentito al dipendente di svolgere operazioni di estrema pericolosità in assenza di un preposto che verificasse la idoneità dell’imbracatura e l’assenza di persone nel raggio di azione della gru.

Nello specifico, era coinvolto il personale di un’altra azienda, a cui era stato affidato il compito di predisporre l’imbracatura e che, oltretutto, come emerso nel corso del dibattimento penale, non aveva piena padronanza della lingua italiana e neppure era dotato delle adeguate competenze tecniche.

Il problema principale, evidenzia il Giudice del Lavoro, è quello della mancanza di coordinamento e di supervisione in una fase tanto delicata, quanto pericolosa, come quella della movimentazione in quota di carichi pesanti tramite gru.

Al gruista -di altra azienda- cui veniva affidato il compito di sollevare un carico imbragato da personale dipendente di altra azienda, sarebbe stata necessaria la presenza costante di un preposto con il compito di verificare la correttezza dell’imbracatura e l’assenza di persone sotto il raggio di azione della gru.

Tale presenza era indispensabile proprio perchè il gruista sollevava un carico assemblato da altri ed era quindi indispensabile, affinchè tale operazione venisse svolta in sicurezza, che qualcuno, appartenente appunto all’azienda proprietaria della gru, verificasse la correttezza dell’imbragatura e l’assenza di persone nel raggio di azione della gru, verifiche che il gruista, da solo, non era in grado di compiere,

E’ vero che le prescrizioni integrative sono state individuate, ex post, sulla base delle peculiari caratteristiche delle barre sollevate al momento dell’infortunio in cantiere -evidenzia il Giudice-, ma in ogni caso non è emerso che il responsabile della sicurezza forniva indicazioni adeguate al tipo di carico da sollevare e soprattutto il POS della proprietaria della gru non conteneva la prescrizione di evitare la presenza di persone nell’area di movimentazione dei carichi dall’alto, come pure quella relativa alla necessità di un preposto che verificasse tanto l’adeguatezza dell’imbracatura, quanto l’assenza di persone nell’area di movimentazione della gru.

Tra l’altro, evidenzia il Tribunale, non risulta che da parte della proprietaria della gru vi sia stata alcuna particolare verifica sulle capacità tecniche del personale dell’altra azienda a cui veniva subappaltata parte dei lavori.

Inoltre, come emerge dal fascicolo penale, la squadra di ferraioli, che era stata assegnata al cantiere da due settimane e che aveva una scarsissima comprensione della lingua italiana, veniva lasciata in balia di se stessa, mentre da parte della datrice non si verificava nessun aumento della soglia di attenzione.

Oltretutto, nessuna delle due società attuava le prescrizioni impartite nell’ambito delle riunioni di coordinamento, mancando il moviere ed i preposti che sorvegliassero l’operazione di sollevamento e movimentazione delle barre di ferro.

Ciò ha permesso che un numero di barre superiore a quello consentito veniva imbracata, peraltro con modalità non adeguate alla tipologia di carico, nonchè che l’infortunato si trattenesse nel raggio di azione della gru, mentre le barre venivano sollevate a 9 metri di altezza.

Non ci sono  elementi per ritenere che l’infortunato fosse esperto e qualificato, o che avesse ricevuto quella specifica ed adeguata formazione in tema di sicurezza tale da poterne affermare una corresponsabilità nella causazione dell’infortunio in cantiere.

Sulla responsabilità del coordinatore per l’esecuzione dei lavori il Tribunale specifica che lo stesso “è titolare di una posizione di garanzia che si affianca a quella degli altri soggetti destinatari della normativa antinfortunistica, in quanto gli spettano compiti di alta vigilanza, consistenti: a) nel controllo sulla corretta osservanza, da parte delle imprese, delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e di coordinamento nonchè sulla scrupolosa applicazione delle procedure di lavoro a garanzia dell’incolumità dei lavoratori; b) nella verifica dell’idoneità del piano operativo di sicurezza (POS) e nell’assicurazione della sua coerenza rispetto al piano di sicurezza e coordinamento; c) nell’adeguamento dei piani in relazione all’evoluzione dei lavori ed alle eventuali modifiche intervenute, verificando, altresi, che le imprese esecutrici adeguino i rispettivi POS”.

E quindi, il controllo del coordinatore sul rispetto delle previsioni del piano non può essere meramente formale, ma va svolto in concreto, secondo modalità che derivano dalla conformazione delle lavorazioni.

Il coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione ha, comunque, il compito di verificare che nel cantiere non vi siano carenze organizzative immediatamente percepibili, che le procedure di lavoro siano coerenti con il piano di sicurezza e coordinamento e che i rischi elencati in quest’ultimo documento siano stati adeguatamente valutati dal datore di lavoro.

Nel caso concreto, sottolinea il Tribunale, benchè il coordinatore non abbia proceduto ad una personale verifica di adeguatezza dei POS delle due società ha correttamente dettato quelle misure di coordinamento che, se attuate, avrebbero impedito il verificarsi dell’evento, ma non ha verificato eventuali carenze organizzative.

In definitiva, il Tribunale afferma la responsabilità delle due società e del coordinatore e relativamente alla quantificazione del danno, vengono richiamate e fatte proprie le conclusioni della CTU che ha stimato l’invalidità permanente nella misura del 70%.

Vengono anche incrementati ulteriori € 131.837,6 (20%), a titolo di personalizzazione, tenuto conto dei numerosi interventi a cui l’infortunato si è sottoposto, della terapia del dolore di cui egli ancora necessita, della natura funzionale della lesione, della sua incidenza sulla personalità e del disagio che evidentemente provoca, anche in considerazione della giovane età del soggetto.

Il danno biologico viene liquidato in complessivi € 842.765,6, da cui va detratto quanto percepito dall’Inail a titolo di danno biologico, residuando dovuto il minor importo di € 625.756,28.

Avv. Emanuela Foligno

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