E’ dovuto il danno catastrofale nel caso in cui la vittima sia rimasta lucida e cosciente nell’intervallo tra l’infortunio sul lavoro e la morte e abbia percepito l’imminenza della propria fine

I congiunti di un lavoratore deceduto adiscono il Giudice del Lavoro di Ancona (Tribunale Ancona, sez. lav., sentenza n. 242 del 5 ottobre 2020), al fine di sentir dichiarare la responsabilità del datore di lavoro per il decesso causato da carcinoma polmonare del proprio familiare.

Preliminarmente il Giudice evidenzia che la Suprema Corte ha recentemente chiarito che “in tema di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, l’esonero del datore di lavoro dalla responsabilità civile per i danni occorsi al lavoratore infortunato  riguarda, secondo una interpretazione costituzionalmente orientata, soltanto l’ambito della copertura assicurativa, ossia il danno patrimoniale collegato alla riduzione della capacità lavorativa generica e non anche il danno alla salute, o biologico, e il danno morale di cui all’art. 2059 cod. civ., entrambi di natura non patrimoniale, al cui integrale risarcimento il lavoratore ha diritto ove sussistano i presupposti della responsabilità del datore di lavoro” (Cass., Sez. Lav, n. 777 del 19.1.2015).

In caso di infortunio sul lavoro incombe sull’attore l’onere di provare l’inadempimento, il danno ed il nesso causale tra il danno e la condotta del datore, il quale, per contro, ha l’onere di provare la dipendenza del danno da causa a lui non imputabile.

Sul datore di lavoro grava un obbligo generale di diligenza e di garanzia delle condizioni di sicurezza del lavoro.

In considerazione delle mansioni svolte dal lavoratore deceduto viene ritenuto che la presenza dell’amianto all’interno dei cantieri di Ancona e l’esposizione, anche indiretta, alle fibre di amianto siano pienamente provate.

Inoltre, i dati epidemiologici nazionali evidenziano un elevatissimo numero di casi di patologie asbesto correlate nei lavoratori della cantieristica navale, settore di attività che si colloca ai primi posti in Italia per numero di casi di mesoteliomi da esposizione professionale nel periodo di segnalazione dal 1993 al 2012.

Ancora più significativi sono i dati raccolti dallo SPSAL di Ancona nel settembre 2010 relativamente alle 105 indagini conoscitive per patologie asbesto correlate svolte nel periodo 2001-2009 su dipendenti ed ex dipendenti dei cantieri navali. Tali indagini rilevano la presenza di ben 46 soggetti portatori di patologie asbesto correlate diagnosticate con criteri di certezza, fra i quali ben 25 mesoteliomi, 24 pleurici ed 1 peritoneale, 19 carcinomi polmonari e 2 asbestosi.

Oltre a ciò, l’Inail stessa, con propria relazione scientifica del 1996, ha dichiarato che in seguito all’utilizzo di amianto in rilevante quantità almeno sino agli inizi degli anni ‘80, tutte le mansioni che richiedevano la presenza dei lavoratori a bordo delle navi in costruzione esponevano gli operatori ad una quantità di fibre di amianto significativa.

Da quanto complessivamente considerato il Tribunale ritiene, pertanto, che presso i Cantieri Navali di Ancona vi fossero polveri di asbesto negli ambienti di lavoro nel periodo nel quale vi lavorò il lavoratore deceduto.

Il CTU ha concluso che “non si pongono dubbi nel ritenere che, al di là di ogni ragionevole dubbio, l’esposizione all’inalazione di polveri contenenti fibre di asbesto che provocò le placche ialine si verificò per motivi lavorativi“.

Quanto all’eziologia professionale di tale patologia, il CTU ha osservato che “non sussistono dubbi sull’esistenza di una relazione tra l’esposizione all’asbesto ed il rischio di sviluppare un carcinoma del polmone”.

Tutti gli obblighi di legge gravanti sul datore di lavoro risultano, quindi, violati, e lo stesso non ha provato di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno alla salute dei propri dipendenti.

Sulla prevedibilità ed evitabilità dell’evento il Tribunale evidenzia che risultava del tutto esigibile la condotta alternativa lecita, essendo prevedibile la lesione alla salute che la normativa violata in materia di sicurezza mirava a evitare.

Sul conseguente risarcimento del danno, risulta liquidabile il danno non patrimoniale connesso alla lesione della salute cui abbia fatto seguito la morte non immediata del lavoratore, che può identificarsi nel solo danno biologico terminale da invalidità temporanea totale, cui può sommarsi il danno morale catastrofale nel caso in cui la vittima sia rimasta lucida e cosciente nell’intervallo (anche minimo) tra l’infortunio sul lavoro e la morte e sia stata, dunque, in condizione di percepire il proprio stato e l’imminenza della propria fine.

Non essendo utilizzabili i criteri tabellari e neppure le tabelle per invalidità permanente, il Tribunale ricorre alla valutazione di tipo equitativo al fine di “adeguare i valori tabellari relativi all’invalidità temporanea totale alla specificità e drammaticità di una condizione in cui la patologia non evolve verso il miglioramento, bensì verso la morte.”

Viene adottato il criterio del doppio del danno da invalidità temporanea facendosi riferimento ai valori stabiliti dalle tabelle del Tribunale di Milano in vigore al momento della decisione.

Inoltre viene data misura adeguata alle peculiarità proprie del cosiddetto danno terminale, valorizzando -all’interno del danno biologico temporaneo- la sofferenza patita dalla coscienza dell’avvicinarsi della morte.

Di conseguenza, in applicazione della tabella per il danno terminale, considerando l’importo massimo di euro 30.000,00 per i primi tre giorni e considerando il massimo aumento a titolo di personalizzazione per il restante periodo (50% per il periodo eccedente i primi tre giorni), a cagione delle gravi sofferenze psicologiche e fisiche patite, il Tribunale giunge alla somma finale di euro 71.000,00.

Tale danno viene suddiviso per ciascuno dei quattro eredi legittimi jure hereditatis.

Riguardo al risarcimento del danno richiesto dai congiunti jure proprio a titolo di lesione del rapporto parentale e per le sofferenze patite per avere assistito alla morte, risulta dimostrato che il lavoratore deceduto conviveva, oltre che con la moglie e i suoi 3 figli, anche con il padre e le due nipoti.

Il Tribunale riconosce il titolo del risarcimento e si attiene ai limiti medi indicati dalle tabelle in considerazione della giovane età della vittima.

Alla moglie viene riconosciuto l’importo di euro 240.000,00, la medesima somma viene riconosciuta ai tre figli, tutti ancora conviventi seppure già adulti ed al padre ultranovantenne. Alla sorella viene, invece, riconosciuta la somma di euro 90.000,00 e alle nipoti viene riconosciuto l’importo di euro 21.000,00.

Avv. Emanuela Foligno

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