Confermato il danno biologico, nella misura del 9%, riportato da un paziente a seguito di un intervento di discectomia mal eseguito

Con la sentenza n. 29001/2021 la Cassazione si è pronunciata sul ricorso di una struttura sanitaria, condannata in sede di merito – in solido con un medico che vi prestava servizio – al risarcimento dei danni sofferti da un paziente a seguito di un intervento di discectomia mal eseguito.

La Corte di appello, in particolare, aveva evidenziato che: l’intervento, mal eseguito con lesione per compressione della vertebra L5, aveva prodotto un danno biologico permanente che, stimato il compiuto quadro all’attualità con una percentuale invalidante del 66%, era individuabile nel 9%; la suddetta percentuale scaturiva dallo scorporo di quanto ascrivibile all’intervento in parola e dalla verifica peritale a mente della quale la lesione completa del nervo sciatico era quantificabile nei termini del 20% di danno biologico, mentre, essendo stata interessata, nel caso, solamente la radice del predetto nervo, tributario solo in parte della L5, derivando la propria formazione anche dalle vertebre L4 ed Si, la percentuale d’invalidità imputabile era di circa 1/3 di quella totale, tenuto conto degli esami strumentali, quali elettromiografia TAC, RM; il 6-7% che ne derivava era stato aumentato condivisibilmente dal giudice di primo grado fino al 9%, in ragione della criticità della situazione patologica complessiva; infine, mancando prova della predisposizione di un apparato organizzativo e funzionale idoneo, quanto meno a livello potenziale, a evitare rischi di errori dei propri incaricati, non era vinta la presunzione di pari responsabilità nei rapporti interni tra condebitori solidali.

Nel rivolgersi alla Suprema Corte, la clinica deduceva, tra gli altri motivi, che il Giudice di secondo grado avrebbe errato mancando di considerare – come dedotto con specifica censura di appello avverso la decisione di prime cure e come desumibile dalla consulenza tecnica d’ufficio effettuata in istruttoria – che la percentuale di danno biologico del 9% era c.d. pura e non c.d. differenziale, data, quest’ultima, dalla differenza rispetto al 66% d’invalidità totale, comprensiva, quest’ultima, di patologie non derivanti dall’intervento medico in questione.

Gli Ermellini, tuttavia, hanno giudicato inammissibile la doglianza proposta.

In base alla giurisprudenza di legittimità, “la menomazione preesistente può essere concorrente o coesistente col maggior danno c.d. biologico causato dall’illecito; sono ‘coesistenti’ le menomazioni i cui effetti invalidanti non mutano per il fatto che si presentino sole o associate ad altre menomazioni, anche se afferenti i medesimi organi; sono, invece, ‘concorrenti’ le menomazioni i cui effetti invalidanti sono meno gravi se isolate, e più gravi se associate ad altre menomazioni, anche se afferenti ad organi diversi; le menomazioni coesistenti sono come tali irrilevanti ai fini della liquidazione, mentre le menomazioni concorrenti vanno tenute in considerazione: a) stimando in punti percentuali l’invalidità complessiva dell’individuo (risultante, cioè, dalla menomazione preesistente più quella causata dall’illecito), e convertendola in denaro; b) stimando in punti percentuali l’invalidità teoricamente preesistente all’illecito, e convertendola in denaro; fermo che lo stato di validità anteriore al sinistro dovrà essere considerato pari al 100% in tutti quei casi in cui le patologie pregresse di cui il danneggiato era portatore non gli impedivano di condurre una vita normale, la liquidazione corretta si otterrà sottraendo l’importo (b) dall’importo (a), salvo il potere del giudice di ricorrere all’equità correttiva relativamente al caso specifico; ciò in quanto il risarcimento del danno alla salute, sia quando è disciplinato dalla legge, sia quando avvenga coi criteri introdotti dalla giurisprudenza, avviene comunque con modalità tali che il “quantum debeatur” cresce in modo più che proporzionale rispetto alla gravità dei postumi: ad invalidità doppie corrispondono perciò risarcimenti più che doppi; ne consegue che tale principio resterebbe vulnerato se, nella stima del danno alla salute patito da persona già invalida, si avesse riguardo solo e astrattamente al ‘delta’ ovvero all’incremento del grado percentuale di invalidità permanente ascrivibile alla condotta del responsabile, e cioè, nel caso in esame al 9% d’invalidità: sono infatti, le funzioni vitali perdute dalla vittima e le conseguenti privazioni a costituire il danno risarcibile, non il grado di invalidità, che ne è solo la misura convenzionale; e poiché le suddette sofferenze progrediscono con intensità geometricamente crescente rispetto al crescere dell’invalidità, l’adozione del criterio della mera sottrazione condurrebbe a una sottostima del danno”.

Nel caso in esame la parte ricorrente dichiarava di non voler contestare la conformità della decisione gravata a questi principi nomofilattici, ma la circostanza che l’invalidità complessiva stimata all’attualità dai periti, al 66%, era dovuta essa stessa a patologie non riferibili all’intervento oggetto di giudizio; la censura, però, mostrava in realtà di voler eludere l’applicazione dei principi richiamati attraverso una rilettura istruttoria; la relazione peritale, richiamata nel ricorso solo in parte, riferiva: di ‘un peggioramento clinico’, e dunque a patologia pregressa; – di ‘patologie associate’ e non sopravvenute.

La sentenza impugnata, da parte sua, aveva: escluso la rilevanza di ‘patologie successive’; parlato di rilevanza di eventi, incisivi sullo stato di salute, ‘precedenti o concomitanti’.

Nei limiti del perimetro di cui all’art. 366, cod. proc. civ., ovvero di quanto riportato in ricorso, non era ipotizzabile, dunque, alcun vizio di sussunzione della fattispecie concreta in quella legale quale correttamente ricostruita, ferma l’inammissibilità del vizio ex art. 348- ter, quinto comma, cod. proc. civ., qui applicabile posta la c.d. doppia conforme, come tale non contestata, “parte qua”.

La redazione giuridica

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