La consulenza  servirà a valutare la sussistenza del nesso causale tra l’intervento in laparoscopia e il decesso della paziente

Sono in corso a Cremona, le indagini per la morte di una paziente di 71 anni deceduta a ottobre 2014 presso l’Ospedale Maggiore a causa di uno shock settico insorto per le complicanze di un intervento di colecistectomia in laparoscopia. Sul registro degli indagati figurano i nomi dei tre chirurghi che operarono la signora. L’ipotesi di reato a loro carico è di omicidio colposo.
I medici sono accusati, in particolare, di una manovra sbagliata nel corso dell’intervento, “un’incauta introduzione del trocar” che avrebbe determinato una lesione di due centimetri nell’ansa intestinale;  il conseguente versamento enterico nell’addome avrebbe causato la peritonite e quindi la morte della donna.
Nelle scorse ore, come riporta La Provincia di Cremona, il Giudice per l’udienza preliminare ha disposto il conferimento dell’incarico a un proprio perito medico legale che avrà il compito di accertare la sussistenza del nesso di causalità tra l’intervento e il decesso della paziente. Al momento, infatti, l’unica perizia realizzata è stata quella del consulente dei parenti della vittima (costituitisi parte civile), accettata anche dal Pubblico ministero.
Secondo quanto riferito dal legale della famiglia dell’anziana, la donna immediatamente dopo l’intervento cominciò ad avvertire dolori addominali, richiedendo più volte l’intervento del personale infermieristico. Pochi giorni dopo l’operazione fece notare al medico che la stava visitando la fuoriuscita di un forte odore dal catetere sentinella; questi rimosse il catetere e programmò una tac per il giorno successivo. Ma la sera stessa il medico di guardia si accorse di una perdita di liquido dal punto in cui era stato rimosso il catetere e decise di intervenire.
Il liquido, come spiegato dagli stessi medici ai parenti, aveva riempito l’addome e compromesso la funzione degli organi interni. Nelle settimane successive la donna, prima di morire,  sarebbe finita in sala operatoria altre tre volte, a causa dello sbuffo di sostanze dovuto alla non perfetta cicatrizzazione dei tessuti intestinali.
Secondo il perito di parte la colecistectomia venne realizzato in presenza di aderenze diffuse intraperitoneali da precedenti interventi chirurgici. I medici non avrebbero valutato, nel corso dell’operazione la necessità di passare dalla laparoscopia alla laparoctomia, con conseguente incisione dell’addome; una tecnica sicuramente più invasiva ma che, secondo l’esperto, avrebbe evitato la lesione intestinale derivante dall’introduzione del trocar. La parola passa ora al consulente incaricato dal Giudice.

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