L’invalidità civile costituisce solo la condizione per acquisire il diritto alla pensione anticipata di vecchiaia sulla base del requisito di età vigente prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 503/1992 (Corte di Appello Torino, Sez. Lav., sentenza n. 538/2020 del 31 dicembre 2020)

Con ricorso dinanzi il Tribunale di Torino, il beneficiario, previo inutile esperimento dell’iter amministrativo al fine di ottenere la pensione anticipata di vecchiaia, ex art. 1, comma 8, del D.Lgs. 503/1992, deducendo di essere in possesso del requisito anagrafico del 55 anno di età, nonchè dello status di invalida civile con una percentuale di invalidità dell’80%, ha chiamato in giudizio l’I.n.p.s. per sentirlo condannare al pagamento della prestazione previdenziale, con decorrenza dalla data di presentazione della domanda.

Costituendosi in giudizio l’Inps ha chiesto il rigetto della domanda affermando che l’invalidità considerata dalla norma citata, deve essere accertata secondo i parametri della “capacità di lavoro” e della “assoluta e permanente impossibilità di svolgere qualsiasi attività lavorativa”, di cui alla L. 222/1984, non sussistente nel caso.

Con sentenza n.1120/2019 pubblicata il 2.7.2019 il Tribunale di Torino riconosceva il diritto del ricorrente a percepire la pensione di vecchiaia ai sensi dell’art. 1, comma 8, del D.Lgs. 503/1992, condannando l’Istituto ad erogare la prestazione con decorrenza dal 1.12.2018 e alla refusione delle spese di lite, liquidate in complessivi euro 4.500,00, oltre spese generali al 15%, IVA e CPA.

Avverso tale pronuncia propone appello l’Inps chiedendone l’integrale riforma.

La Corte osserva che il Giudice di primo grado, sulla base della giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 9081/2013), ha ritenuto che, ai fini del prepensionamento di cui all’art.1, 8. co., D.Lgs. 503/1992, l’invalidità che rileva è quella civile e non quella accertata secondo i parametri della L. 222/1984.

Quindi, non essendo contestato che il ricorrente era stato riconosciuto invalido civile nella misura dell’80% con decorrenza dal 1.2.2016, il Tribunale ha accolto il ricorso e riconosciuto la decorrenza della prestazione dal 1.12.2018, in applicazione dell’istituto delle finestre pensionistiche.

L’Istituto censura la sentenza affermando che, ai fini della pensione anticipata di vecchiaia, il grado di invalidità non inferiore all’80% deve essere inteso come riduzione della capacità lavorativa in occupazioni confacenti alle attitudini dell’assicurato, secondo i parametri di cui all’art.1, L.222/1984.

La Corte d’Appello considera le doglianze infondate.

Il diritto alla pensione di vecchiaia a carico dell’Inps è subordinato al compimento dell’età indicata.

L’art. 1, comma 8 D.Lgs. 503 prevede che: “L’elevazione dei limiti di età di cui al comma 1 non si applica agli invalidi in misura non inferiore all’80 per cento”.

La giurisprudenza citata nella sentenza di primo grado impugnata è stata confermata da ulteriori pronunce allineate e, di recente, la Suprema Corte ha affermato: “si è già chiarito che la regolamentazione della pensione di vecchiaia in oggetto comporta una anticipazione dei normali tempi di perfezionamento del diritto alla pensione attuata attraverso un’integrazione ex lege del rapporto assicurativo e contributivo, che consente, in presenza di una situazione di invalidità, una deroga ai limiti di età per il normale pensionamento. Lo stato di invalidità costituisce, dunque, solo la condizione in presenza della quale è possibile acquisire il diritto al trattamento di vecchiaia sulla base del requisito di età vigente prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 503/1992, ma non può comportare lo snaturamento della prestazione che rimane un trattamento diretto di vecchiaia (diretto a coprire i rischi derivanti dalla vecchiaia), ontologicamente diverso dai trattamenti diretti di invalidità (…diretti a coprire i rischi derivanti, appunto, dall’invalidità) previsti dalla legge 222/1984”.

La Corte d’Appello non ritiene di discostarsi da tale orientamento, conforme peraltro, anche alle pronunce interne locali.

Inoltre, i Giudici di merito evidenziano che la decisione impugnata è corretta, e quindi da confermarsi, anche nella parte in cui ha evidenziato l’assenza di contestazione in merito alla percentuale di invalidità riconosciuta al beneficiario, come da verbale di accertamento prodotto in primo grado.

Per tali ragioni l’appello viene integralmente respinto.

Le spese vengono regolate dalla soccombenza.

In conclusione, la Corte d’Appello di Torino, respinge l’appello; condanna l’Inps a rimborsare le spese del grado, liquidate in euro 3.500,00, oltre rimborso forfettario, Iva e Cpa; dichiara la sussistenza delle condizioni per l’ulteriore pagamento, a carico dell’Inps, di un importo pari a quello del contributo unificato dovuto per l’impugnazione.

Avv. Emanuela Foligno

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1 commento

  1. Oggetto: Abolire il divieto di cumulo inps Inail

    Buon giorno sono un invalido del lavoro mi chiamo Marotta Vincenzo sono iscritto all’ANMIL sento parlare sempre di pensioni ma non all’attenzione degli in validi del lavoro.Un ‘attività rivendicativa da anni non viene mai risolta il divieto di cumulo tra prestazioni inps e Inail , ———–
    Nuove norme in materia di cumulo tra le prestazioni erogate dall’INAIL e dall’INPS.
    – L’articolo 1, comma 43 della legge 8 agosto 1995, n. 335, ha sancito il divieto di cumulo tra le pensioni di inabilità, di reversibilità o l’assegno ordinario di invalidità liquidati in conseguenza di infortuni sul lavoro o malattia professionale, e la rendita vitalizia liquidata dall’lNAIL.
    Le prestazioni INAIL garantiscono un indennizzo patrimoniale al lavoratore colpito durante l’attività lavorativa da danni fisici o alla salute.
    Le prestazioni INPS hanno esclusivamente un carattere pensionistico.
    Attualmente la normativa in vigore è gravemente discriminata nei confronti dei lavoratori poichè mentre nel caso di incidente coperto da assicurazione privata il lavoratore potrà percepire sia l’indennizzo assicurativo ed altre prestazioni previdenziali di invalidità, il lavoratore coperto da assicurazione INAIL in caso di incidente sul lavoro potrà ricoprire esclusivamente la rendita vitalizia INAIL.
    Ancora più discriminante e grave è la situazione in cui, a seguito di incidente, il lavoratore perde la vita, poichè ai superstiti non sarà conferita alcuna pensione di reversibilità a carico dell’INPS ma soltanto una prestazione a carico dell’INAIL!

    SI PROPONE LA SEGUENTE MODIFICA
    Art. 1.
    1. Il comma 43 dell’articolo 1 della legge 8 agosto 1995, n. 335, è sostituito dal seguente:
    «43. L’assegno ordinario di invalidità a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti è cumulabile con le prestazioni conseguenti ad infortunio sul lavoro o malattie professionali erogate dall’Inail ai sensi del testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965 n. 1024. Le pensioni di inabilità a carico dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, liquidati in conseguenza di infortunio sul lavoro o malattia professionale sono cumulabili con la rendita liquidata ai sensi del citato testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124. L’importo dell’assegno di invalidità è calcolato sulla base dei contributi versati dal lavoratore all’assicurazione generale obbligatori per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti al momento della cessazione del rapporto di lavoro».
    Art. 2.
    1. All’onere derivante dall’attuazione della presente legge si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale ……………………, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e finanze per l’anno ……………., allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

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