L’infortunio al ginocchio e alla caviglia dx provocano l’amputazione della coscia al ‘1/3 inferiore’, e contribuiscono a diabete secondario da probabile assunzione continuativa di corticosteroidi (Tribunale di Civitavecchia, sez. lav., sentenza n. 622 del 18 novembre 2020)

Il lavoratore cita a giudizio l’Inail onde vedere accertato il riconoscimento dell’invalidità nella misura del 50%.

Il ricorrente deduce di avere subito un infortunio sul luogo di lavoro nel mese di giugno 2015 in ragione del quale ha già ottenuto il riconoscimento dell’invalidità nella misura del 9%.

Si costituisce in giudizio l’Inail chiedendo il rigetto della domanda.

La causa viene istruita con produzione documentale e CTU Medico-legale.

Preliminarmente il Tribunale osserva che il riconoscimento dell’infortunio avvenuto il 15 giugno 2015 da cui è derivata una menomazione dell’integrità psico-fisica nella misura del 9%, non è contestato.

La CTU ha concluso che le conseguenze patologiche derivanti dall’infortunio sono: “Ferita lacero contusa del ginocchio dx con ritenuta di corpo estraneo. Blocco articolare in flessione del ginocchio dx e grave impotenza funzionale e sottoposto a meniscectomia mediale e laterale, TVP popliteo-femorale dx trattata farmacologicamente con notevole edema di tutto l’arto inferiore dx e grave limitazione funzionale della caviglia e del ginocchio dx, Grave zoppia dolorosa e deambulazione con 2 bastoni canadesi….(..)..con esiti invalidanti, secondo i parametri di cui all’art. 13 d.lgs. n. 38/2000, pari complessivamente al 45%”.

Il CTU ha confermato che le patologie sono causalmente connesse all’evento lesivo occorso in data 15 giugno 2015 e che “l’amputazione della coscia destra al ‘1/3 inferiore’, cui hanno contribuito la ritenzione di corpi estranei metallici, l’insorgenza di una tromboflebite, interventi di meniscectomia e sblocco in narcosi, infezioni, e diabete secondario da probabile assunzione continuativa di corticosteroidi” hanno determinato un maggior danno nella misura del 15%.

Il Tribunale ritiene che le osservazioni del Consulente soddisfano l’onere probatorio in ordine alla derivazione professionale della patologia del lavoratore.

“In tema di malattia professionale derivante da lavorazione non tabellata o ad eziologia multifattoriale, la prova della causa di lavoro grava sul lavoratore e deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell’origine professionale, questa può essere ravvisata in un rilevante grado di probabilità”.

Ritiene, inoltre, che quanto concluso dalla CTU debba essere integralmente recepito.

Per tale ragione, viene dichiarato che a seguito dell’infortunio sul lavoro del 15 giugno 2015 il ricorrente ha subito una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica da quantificare, sulla scorta dei criteri di cui all’art. 13 d.lgs. n. 38/2000, nel 60%.

Ne deriva l’obbligo da parte dell’Inail al pagamento della relativa rendita, oltre accessori di legge.

Le spese di lite seguono la soccombenza e quelle di CTU vengono poste a integrale carico dell’Inail.

In conclusione, il Tribunale di Civitavecchia, in funzione di Giudice del Lavoro, dichiara che il ricorrente ha subito una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica che va quantificata, sulla scorta dei criteri di cui all’art. 13 d.lgs. n. 38/2000, in 60 punti percentuali e che tale menomazione è ascrivibile causalmente all’infortunio sul lavoro del 15 giugno 2015.

Condanna l’Inail alla costituzione della relativa rendita, oltre accessori di legge.

Condanna l’Inail al pagamento in favore del ricorrente delle spese di giudizio che liquida in complessivi euro 2.041,00 di cui euro 1775,00 per compensi ed euro 266,00 per spese generali oltre iva e cpa.

Pone a definitivo carico dell’Inail le spese di CTU.

Avv. Emanuela Foligno

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