Non deve essere reintegrato ma soltanto risarcito il lavoratore ingiustamente licenziato per aver indebitamente fruito di un permesso sindacale. Lo ha stabilito la Sezione Lavoro della Cassazione che ha rinviato la causa per l’applicazione della cosiddetta tutela indennitaria forte

La vicenda

La Corte d’appello di Campobasso, in riforma della sentenza di primo grado, aveva annullato il licenziamento intimato da una s.r.l. a un proprio lavoratore dipendente, condannando la società alla reintegra nel posto di lavoro e al pagamento in favore dello stesso di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto, dal giorno del licenziamento a quello della effettiva reintegra; e al versamento in suo favore dei contributi previdenziali e assistenziali in relazione al medesimo periodo.

A fondamento della decisione di secondo grado vi era la ritenuta mancanza di proporzionalità tra la sanzione espulsiva e la condotta oggetto di addebito, consistita nella fruizione di un permesso sindacale per un fine diverso da quello motivatamente previsto. Al riguardo, la Corte territoriale aveva osservato che, in assenza di specifica tipizzazione della condotta da parte del r.d. n. 148/1931 o del contratto collettivo, l’ipotesi in esame non poteva che essere assimilabile a quella dell’assenza arbitraria dal lavoro sino a tre giorni di cui agli articoli 42 del citato regio decreto e dell’articolo 72 c.c.n.l.

Per la cassazione della sentenza la società ha proposto ricorso insistendo per la legittimità del provvedimento espulsivo.

Ma i giudici della Sezione Lavoro (sentenza n. 28098/2019) hanno confermato la decisione impugnata perché coerente con la giurisprudenza di legittimità, la quale ha chiarito che “giusta causa di licenziamento e proporzionalità della sanzione disciplinari sono nozioni che la legge, allo scopo di adeguare le norme alla realtà da disciplinare, articolata e mutevole nel tempo, configura con disposizioni, ascrivibili alla tipologia delle cosiddette clausole generali, di limitato contenuto e delineanti un modulo generico che richiede di essere specificato in sede interpretativa, mediante la valorizzazione sia di fattori esterni relativi alla coscienza generale, sia di principi che la stessa disposizione tacitamente richiama” (Cass. n. 28492/2018).

In quest’ottica, la decisione della Corte d’Appello non era incorsa in alcun vizio censurabile, essendosi limitata a utilizzare le previsioni del regio decreto n. 148 del 1931 e del c.c.n.l. quale parametro integrativo della clausola generale di cui all’articolo 2119 c.c. al fine di verificare la ricorrenza della giusta causa di recesso in conformità delle indicazioni della giurisprudenza.

La tutela indennitaria forte

Quanto al trattamento sanzionatorio, la Cassazione, nel ricostruire sistematicamente le previsioni di cui all’articolo 18, commi 4 e 5, legge n. 300/1970, come modificato dalla legge n. 92 del 2012, ha già chiarito che «la valutazione di non proporzionalità della sanzione rispetto al fatto contestato e accettato rientra nel IV comma dell’art. 18 (tutela reintegratoria) solo nell’ipotesi in cui lo scollamento tra la gravità della condotta realizzata e la sanzione adottata risulti dalle previsioni dei contratti collettivi; ovvero dei codici disciplinari applicabili, che ad essa facciano corrispondere una sanzione conservativa. Al di fuori di tale caso, la sproporzione tra la condotta e la sanzione espulsiva rientra nelle “altre ipotesi” in cui ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa, per le quali il V comma dell’articolo 18 prevede la tutela indennitaria cosiddetta forte. La novella del 2012 ha introdotto, in altre parole, una graduazione delle ipotesi di illegittimità della sanzione espulsiva dettata da motivi disciplinari facendo corrispondere a quelle di maggiore evidenza la sanzione della reintegrazione e limitando la tutela risarcitoria alla ipotesi del difetto di proporzionalità che non risulti dalle previsioni del contratto collettivo» (Cass. n. 26013/2018).

Ebbene, in continuità con tale ricostruzione, i giudici della Sezione Lavoro hanno cassato la decisione impugnata, con rinvio alla Corte d’Appello che, in diversa composizione, procederà alla applicazione della tutela indennitaria cosiddetta forte.

La redazione giuridica

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