La vicenda giudiziaria in commento è interessante perché pone all’attenzione degli operatori del diritto, un’annosa questione: l’ammissibilità o meno dell’istanza di fallimento in pendenza di un accordo di ristrutturazione omologato e non risolto

Secondo i giudici di merito, in particolare, secondo la corte d’appello di Napoli, la questione andrebbe risolta positivamente. Ed invero, “la presentazione della domanda di omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti non implica la sospensione della procedura prefallimentare, non potendo a ciò condurre un’interpretazione estensiva della L. Fall., art. 182 bis, comma 6, che vieta l’inizio o la prosecuzione delle azioni esecutive e cautelari in presenza dell’istanza di sospensione proposta dal debitore: da un lato, infatti, il procedimento prefallimentare non ha natura esecutiva e cautelare, ma natura cognitiva piena e, dall’altro, la menzionata interpretazione non sarebbe coerente con il sistema, che non consente la sospensione ex art. 295 c.p.c. della procedura prefallimentare a seguito della presentazione di una domanda di concordato preventivo”.

La vicenda

La fattispecie prospettata all’esame della corte è, tuttavia, diversa poiché caratterizzata dalla situazione inversa (istanza di fallimento successiva all’omologazione dell’accordo di ristrutturazione).
A rilevarlo sono stati proprio i giudici della Suprema Corte di Cassazione.
Al riguardo, sono «noti i consolidati approdi della giurisprudenza di legittimità, in tema di rapporto tra procedimento prefallimentare e concordato preventivo, declinato non già come pregiudizialità tecnico-giuridica bensì come mero coordinamento, nel senso che, pendente il secondo, “la dichiarazione di fallimento consegue eventualmente all’esito negativo della pronuncia sul concordato, non potendo ammettersi l’autonomo corso del procedimento di dichiarazione del fallimento che si concluda, indipendentemente dal verificarsi di uno degli eventi previsti dagli artt. 162, 173, 179 e 180 L. Fall.” – e cioè, rispettivamente, inammissibilità della domanda, revoca dell’ammissione, mancata approvazione, diniego di omologazione .
Resta ferma, in ogni caso, l’inammissibilità di una domanda di concordato preventivo diretta non a regolare la crisi dell’impresa, ma a procrastinare la dichiarazione di fallimento, come tale integrante “gli estremi dell’abuso del processo”» (ex multis, Cass. 30539/2018, 1169/2017, 9050/2016; Cass. Sez. U, 9935/2015 e 1521/2013).

Meno consolidati sono gli approdi relativi ai rapporti tra domanda di fallimento e concordato preventivo omologato, in fase di esecuzione.

Ad ogni modo, non è mancata giurisprudenza che in merito all’argomento ha affermato il principio per cui “nell’ipotesi di impresa già ammessa al concordato preventivo poi omologato, ed in caso di inadempimento dei debiti concorsuali, il creditore insoddisfatto può senz’altro avanzarne istanza di fallimento, ai sensi della L. Fall., art. 6, a prescindere dall’intervenuta risoluzione del detto concordato, essendo ormai venuto meno – dopo la riforma della L. Fall., art. 186 introdotta dal D.Lgs. n. 169 del 2007 – ogni automatismo tra risoluzione del concordato e dichiarazione di fallimento e dovendo l’istante proporre la domanda di risoluzione, anche contestualmente a quella di fallimento, solo quando faccia valere il suo credito originario e non nella misura già falcidiata” (Cass. 17703/2017, 29632/2017).
In seguito è stato anche chiarito che, “qualora il fallimento sia stato dichiarato quando è ancora possibile instare per la risoluzione della procedura concordataria (ai sensi della L. Fall., ex art. 186), i creditori non sono tenuti a sopportare gli effetti esdebitatori e definitivi del concordato omologato, a norma della L. Fall., art. 184, posto che l’attuazione del piano è resa impossibile per l’intervento di un evento, come il fallimento, che, sovrapponendosi al concordato medesimo, inevitabilmente lo rende irrealizzabile” (Cass. 26002/2018).

La decisione

Con riferimento al caso in esame, la Prima Sezione Civile ha posto in rilievo due elementi decisivi, l’uno giuridico, l’altro di mero fatto: quanto al primo, è noto come la legge fallimentare vigente non disciplini – a differenza del concordato preventivo – nè la fase esecutiva nè un procedimento per la risoluzione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti omologato (L. Fall., ex art. 182 bis); sotto l’altro aspetto giova rilevare che il creditore istante per la dichiarazione di fallimento è un creditore “estraneo” all’accordo omologato.
Se tanto è vero, è comprensibile la scelta di affermare che “nulla osti alla procedibilità di una domanda di fallimento presentata, dopo l’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti, da un creditore che ad esso sia rimasto estraneo”.
«Diversamente opinando, si finirebbe infatti, per privare quest’ultimo – che a quell’accordo ha legittimamente scelto di non aderire – di una fondamentale forma di tutela del proprio credito, da coordinare con gli interessi degli altri creditori aderenti all’accordo, in funzione della garanzia patrimoniale del debitore ex art. 2740 c.c. e del correlato principio della par conditio creditorum di cui all’art. 2741 c.c.».
Inoltre, «si consentirebbe una compressione dei suoi diritti tanto più inammissibile in quanto l’istituto degli accordi (L. Fall., ex art. 182 bis) , fa perno proprio sul presupposto della loro idoneità ad assicurare l’integrale pagamento dei creditori estranei (..), i quali perciò si pongono, rispetto all’accordo, in posizione analoga ai creditori non vincolati dagli effetti obbligatori del concordato omologato ai sensi dell’ art. 184 L. Fall.».

La redazione giuridica

 
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