In materia di malpractice medica la regola del “più probabile che non” implica sempre l’esclusione di circostanze alternative incompatibili con quella che si intende riconoscere come fattore causale esclusivo dell’evento dannoso

La vicenda

Nel 2012 il Tribunale di Roma aveva rigettato la domanda di condanna al risarcimento danni per malpractice medica proposta dall’attore nei confronti della struttura sanitaria ritenuta responsabile per il ritardo con il quale due medici, dipendenti della stessa, avevano eseguito il trattamento terapeutico, consistente nel taglio cesareo e rimozione chirurgica della placenta, sulla propria compagna.

La donna, gestante in seconda gravidanza era stata ricoverata presso il nosocomio con diagnosi di “sospetta preeclampsia” evoluta in Hellp Syndrome, esitata in una emorragia cerebrale acuta che dopo la nascita del feto le aveva provocato postumi consistiti in “grave deficit neurologico” assimilabile a demenza completa fronto-parietale.

Nel corso del giudizio di secondo grado, la Corte d’Appello di Roma, ritenuta viziata la CTU posta a base del giudizio di primo grado, disponeva una nuova consulenza collegiale, all’esito della quale riteneva raggiunta la prova della difformità della prestazione terapeutica rispetto alle regole dell’arte medica, per aver i medici atteso inutilmente alcune ore nel tentativo di stabilizzazione dei valori della pressione arteriosa, sebbene l’evoluzione della patologia imponesse un immediato intervento chirurgico di taglio cesareo e, pertanto, condannava la predetta struttura al risarcimento dei danni subiti dai suoi familiari o conviventi.

L’assunto della corte territoriale è stato tuttavia, ritenuto privo di adeguata motivazione.

Al riguardo i giudici della Terza Sezione Civile della Cassazione (sentenza n. 122/2020) hanno affermato che “nell’accertamento della causalità materiale il principio di prevalenza probabilistica (ovvero del “più probabile che non”) deve essere applicato con apprezzamento non isolato, bensì complessivo ed organico di tutti i singoli elementi indiziari o presuntivi a disposizione, atteso che il criterio di preponderanza probabilistica implica la esclusione di circostanza alternative incompatibili con quella che si intende riconoscere come fattore causale esclusivo dell’evento dannoso“.

In altre parole la corte d’appello avrebbe dovuto fornire adeguata giustificazione della ragione per cui l’anticipazione di circa due ore della esecuzione dell’intervento chirurgico avrebbe – più probabilmente che non – impedito la degenerazione dello stillicidio nella emorragia cerebrale, verificatasi a distanza di ore dopo il parto cesareo ovverossia avrebbe dovuto spiegare in che modo “l’esecuzione di un tempestivo taglio cesareo entro breve tempo” avrebbe “più probabilmente che non” interrotto la serie causale naturale ed impedito che il complesso della patologia “PE severa con complicanze” che presentava la paziente degenerasse, nella grave emorragia cerebrale con gravi danni sistemici e localistici”.

Il giudizio per malpractice medica: la prova liberatoria

I giudici della Suprema Corte hanno anche ricordato che nel giudizio di responsabilità medica, per superare la presunzione di cui all’art. 1218 c.c. non è sufficiente dimostrare che l’”evento dannoso” per il paziente costituisca una “complicanza”, dovendosi ritenere tale generica nozione priva di rilievo sul piano giuridico della imputazione di responsabilità, ove il peggioramento delle condizioni del paziente può solo ricondursi ad un fatto o prevedibile ed evitabile e, dunque ascrivile a colpa del medico, ovvero non prevedibile o non evitabile, sì da integrare gli estremi della causa non imputabile: ipotesi che non era stata dimostrata dalla ricorrente principale.

Per queste ragioni la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla corte d’Appello di Roma per un ulteriore esame della vicenda.

Avv. Sabrina Caporale

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