Per la configurabilità del reato di maltrattamenti in famiglia non occorre che la relazione tra le parti abbia una certa durata o che il rapporto sia caratterizzato da una stabile convivenza, essendo sufficiente che vi sia un rapporto familiare di mero fatto

La vicenda

La Corte d’appello di Roma aveva confermato la condanna disposta dal giudice di primo grado a carico dell’imputato per i delitti di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate, in danno della convivente costituitasi parte civile.

Contro la decisione della corte d’appello capitolina l’imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando la violazione di legge e il vizio di motivazione, in ordine alla ritenuta sussistenza del reato contestato, dal momento che il loro rapporto sentimentale si era protratto per soli due mesi, senza che si potesse parlare di “stabile relazione di affidamento e solidarietà con progettualità”, individuata dalla stessa Corte distrettuale quale presupposto del reato. In altre parole tra le parti non vi era alcun rapporto di stabile convivenza, o di natura anche soltanto para-familiare

Ma il motivo è stato dichiarato infondato. (Corte di Cassazione, Sesta Sezione Penale, sentenza n. 5457/2020).

Il Supremo Collegio ha infatti, ribadito che per giurisprudenza di legittimità consolidata il delitto di maltrattamenti è configurabile anche in presenza di un rapporto familiare di mero fatto, desumibile dalla messa in atto di un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà ed assistenza, e non necessariamente caratterizzato da una stabile convivenza (Sez. 6, n. 22915 del 07/05/2013). Tale è, dunque, qualsiasi relazione sentimentale che, per la consuetudine dei rapporti creati, implichi l’insorgenza di vincoli affettivi e aspettative di assistenza, assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale (Sez. 6, n. 31121 del 18/03/2014).

Non occorre, di conseguenza, che tale relazione abbia una certa durata, quanto piuttosto che essa sia stata istituita in una prospettiva di stabilità, quale che sia stato poi in concreto l’esito di tale comune decisione (Sez. 3, n. 44262 del 08/11/2005).

Il reato di maltrattamenti in famiglia

In presenza di tali condizioni, integra il reato il compimento di più atti, delittuosi o meno, di natura vessatoria, che determinino sofferenze fisiche o morali per il destinatario, realizzati in momenti successivi, ma senza la necessità che essi vengano posti in essere per un tempo prolungato, essendo sufficiente la loro ripetizione, anche se in un limitato contesto temporale, e non rilevando, data la natura abituale del reato, che, durante lo stesso, siano riscontrabili nella condotta dell’agente periodi di normalità e di accordo con il soggetto passivo (Sez. 3, n. 6724 del 22/11/2017).

Nello specifico, la Corte di appello aveva desunto l’esistenza tra le parti di una relazione sentimentale stabile non soltanto dalle dichiarazioni della parte civile, ma anche dai messaggi telefonici intercorsi tra essi durante il loro rapporto; ed inoltre, dal complesso delle emergenze istruttorie era emerso che gli stessi avessero conferito a tale loro relazione anche una visibile dimensione esterna, avendola resa manifesta anche a soggetti estranei ai rispettivi nuclei familiari (il datore di lavoro della donna, il vicino di casa).

La decisione

Di tali aspetti, però, la difesa non aveva fatto alcun riferimento. Ed invero, oltre al dato cronologico il ricorrente si era limitato ad evidenziare soltanto la circostanza – peraltro neppure precisamente acclarata – che egli avesse mantenuto la propria residenza presso l’abitazione della madre anche durante la relazione con la denunciante.

Tale dato, tuttavia, è stato correttamente ritenuto dalla corte d’appello quale elemento meramente formale e dunque, non decisivo, ai fini dell’accertamento di una situazione di fatto.

Per queste ragioni la Cassazione ha concluso per il rigetto del ricorso con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La redazione giuridica

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