Confermata la condanna per molestie di un uomo per i messaggi e le telefonate dal contenuto offensivo nei confronti della parte lesa, responsabile, a suo dire, del fallimento della propria relazione sentimentale con la sorella

Era stato ritenuto responsabile del reato di molestie, ai sensi dell’art. 660 del codice penale in quanto autore di 27 messaggi, sms e whatsapp, ricevuti dalla parte lesa nell’arco di poco più di un mese, e di ulteriori 26 telefonate effettuate nello stesso periodo e provenienti dalla propria utenza telefonica.

L’uomo decideva di ricorrere per cassazione chiedendo l’annullamento della sentenza impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione con riferimento all’affermazione della sua responsabilità in difetto dell’elemento oggettivo della contestata contravvenzione.

A suo giudizio, infatti, il numero complessivo di telefonate e messaggi inviati alla presunta parte lesa non era idoneo a disturbare o molestare; inoltre, si trattava di contatti esclusivamente finalizzati all’ottenimento di chiarimenti sul comportamento dell’ex cognata, ostile e destabilizzante il proprio rapporto coniugale. La sentenza impugnata, infine, sarebbe stata illogicamente e insufficientemente motivata sulla sola base delle dichiarazioni della persona offesa, ingiustificatamente ritenute prevalenti sull’assunto difensivo.

I Giudici della Suprema Corte, con l’ordinanza n. 21140/2020 hanno ritenuto il ricorso inammissibile in quanto le censure si risolvevano nella riproposizione di argomenti difensivi adeguatamente presi in esame e confutati in sede di merito.

Gli Ermellini hanno rilevato che le conclusioni circa la responsabilità del ricorrente risultavano più che congruamente giustificate dal Tribunale attraverso una valutazione delle prove, e in particolare della deposizione della persona offesa, esente da incongruenze logiche e da contraddizioni di sorta. Era stata, infatti, valutata pienamente credibile la deposizione della teste, la stessa cognata, riscontrata, tra l’altro, dall’obiettivo contenuto palesemente offensivo dei messaggi, attestante l’astio nutrito nei suoi confronti dal ricorrente, che le attribuiva la responsabilità del fallimento della propria relazione sentimentale con la sorella.

Il comportamento ripetitivo, insistente, inopportuno, rivolto alla parte lesa, era stato plausibilmente ritenuto integrare l’estremo oggettivo del reato di molestie, siccome oggettivamente idoneo ad arrecare disturbo e consistente in atti che benevolmente sono stati considerati solo molesti, alla luce del contenuto palesemente offensivo dei messaggi. “Non occorrendo, poi, ad integrare il reato né dolo intenzionale né specifico, correttamente è stato ritenuto processualmente ininfluente, oltre che indimostrato, l’assunto difensivo e, ancora, affatto corretta è l’affermazione che la giustificazione resa dall’imputato incideva, peraltro, positivamente sulla credibilità della persona offesa”.

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