Nel reato di minaccia, “elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima

Era stato condannato in sede di merito alla pena di 300 euro di multa oltre al risarcimento dei danni per il reato di minaccia, cui all’art. 612 c.p. In base all’ipotesi accusatoria si era rivolto alla persona offesa dicendogli, tra le altre cose, che gli avrebbe dato “una bella pettinata” e che si sarebbe fatto “giustizia da solo prima di morire”, accompagnando tali frasi con gesti delle mani.

L’imputato ricorreva per cassazione deducendo la violazione di legge penale in merito alla sussistenza del reato contestato, atteso che il Tribunale avrebbe erroneamente attribuito efficacia intimidatoria alla condotta, astraendola dal contesto in cui le frasi erano state profferite, caratterizzato dalla pendenza di una controversia civile tra le parti, e dall’avanzata età dell’imputato. Inoltre, deduceva il travisamento delle risultanze istruttorie, in quanto sulla base delle testimonianze assunte era emerso che la persona offesa, non presente al fatto, non sarebbe stata minimamente intimidita dalle frasi pronunciate dall’imputato.

La Suprema Corte, che si è pronunciata sul caso con la sentenza n. 17242/2020, ha tuttavia ritenuto il ricorso inammissibile, in quanto volto a contestare un apparato motivazionale lineare ed esente da censure in sede di legittimità.

I Giudici Ermellini hanno innanzitutto ribadito che nel reato di minaccia, “elemento essenziale è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire”.

E ancora, “ai fini dell’integrazione del delitto di cui all’art. 612 cod. pen., che costituisce reato di pericolo, la minaccia va valutata con criterio medio ed in relazione alle concrete circostanze del fatto, sicché non è necessario che il soggetto passivo si sia sentito effettivamente intimìdito, essendo sufficiente che la condotta dell’agente sia potenzialmente idonea ad incidere sulla libertà morale della vittima”.

Tanto premesso, per la Cassazione il Tribunale aveva adeguatamente motivato in ordine non soltanto alla ascrivibilità delle frasi all’imputato, ma anche alla loro attitudine minacciosa, sulla base di un apprezzamento delle risultanze probatorie immune da vizi ed insindacabile in sede di legittimità. L’asserito contesto conflittuale sussistente tra le parti appariva vieppiù dimostrativa della potenziale idoneità delle frasi pronunciate ad incidere sulla libertà morale della vittima.

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