Il professionista è sotto inchiesta per il decesso di una paziente di 73 anni morta dopo un intervento di asportazione del rene nel 2017 a Torino
La Procura di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio del responsabile del reparto di urologia dell’Humanitas Gradenigo, storico ospedale del capoluogo piemontese. Il medico, considerato un luminare nella sua disciplina, è finito sotto inchiesta per omicidio colposo in seguito alla scomparsa di una paziente di 73 anni. La donna è morta dopo un intervento di asportazione del rene sinistro per recidiva tumorale nel novembre del 2017. Era stata già operata dallo stesso professore due anni prima, sempre per un tumore al rene sinistro. Secondo gli inquirenti a determinare il decesso sarebbe stata ‘una lesione dell’arteria renale sinistra”.
Il pubblico ministero, in particolare, contesta al professionista di aver eseguito l’intervento in una sala sprovvista degli strumenti per la chirurgia vascolare. Il chirurgo avrebbe adottato un approccio laparoscopico che non gli avrebbe permesso di valutare la fragilità della parete dell’arteria. Infine, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, il camice bianco non avrebbe interpellato sin dall’inizio un chirurgo vascolare, chiamato solo in un secondo momento da un’altra clinica.
La difesa, tuttavia, respinge le accuse. Il legale del medico si dice certo che “emergerà l’assoluta correttezza dell’operato del professore e l’impossibilità di prevedere o prevenire ciò che è accaduto”. Secondo l’avvocato, l’esperienza del suo assistito “è talmente vasta e pluriennale che non ci sono dubbi sull’esito di questa vicenda”.
A difesa dell’operato del professionista si schiera anche Humanitas Gradenigo.
In una nota la struttura sottolinea come l’intervento sia stato svolto “secondo procedure cliniche corrette, definite sulla base della valutazione delle condizioni cliniche della paziente”.
Viene poi evidenziato come durante l’operazione un sanguinamento importante non prevedibile abbia reso “necessario passare dalla tecnica laparoscopica a una tecnica ‘open’”. Una complicazione, quest’ultima, che in un caso già complesso, con una pregressa patologia tumorale, avrebbe “reso vani tutti gli interventi di sutura dell’equipe chirurgica per stabilizzare le condizioni della paziente, ivi compreso l’impianto di una protesi dell’arteria renale”.
Infine, la direzione sanitaria, chiarisce che in sala operatoria non era prevista la presenza del chirurgo vascolare in quanto “la natura dell’intervento non lasciava in alcun modo presagire tale necessità”.
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