Riconosciuto il danno da nascita indesiderata al padre di una ventenne, che assieme alla madre della ragazza aveva optato per una interruzione di gravidanza non andata a buon fine

Novantaduemila euro. E’ la somma che l’ospedale di Alessandria dovrà versare a un padre a titolo di risarcimento per i danni da nascita indesiderata della figlia. La sentenza della Corte di appello di Torino arriva dopo ben quattro gradi di giudizio.

Il fatto risale a 20 anni fa. Come ricostruisce la Stampa, i genitori della ragazza, una volta scoperta la gravidanza, avevano deciso di interromperla. I due, entrambi di età superiore ai 40 anni, avevano già un figlio maggiorenne e ancora senza lavoro.

L’aborto, tuttavia, non era andato a buon fine, come accertato successivamente da un ginecologo. Ma a quel punto la gestante era ormai già alla ventunesima settimana e aveva quindi superato i limiti previsti dalla legge per un eventuale intervento.

La bimba è nata e cresciuta in buona salute, ma l’evento, secondo il legale della famiglia, aveva avuto ripercussioni sulla vita di relazione e aveva sconvolto l’esistenza privata e lavorativa programmata dai coniugi.

La donna – riferisce sempre la Stampa – aveva dovuto rinunciare al posto di lavoro e, a causa di una successiva invalidità all’80 per cento, non aveva più potuto lavorare. Il marito si era invece licenziato per incassare il tfr e far fronte all’incremento di spese; gli si era presentata poi una nuova opportunità di occupazione, ma aveva dovuto trasferirsi a San Marino.

Dopo un accordo transattivo tra l’ospedale e la mamma, nel 2008 anche l’uomo il padre aveva promosso una causa civile contro l’azienda ospedaliera, lamentando un danno psicofisico per aver dovuto accettare una nascita che non era stata né programmata né desiderata.

In primo grado il tribunale di Alessandria aveva negato il risarcimento, ritenendo che non vi fosse diritto al risarcimento per la nascita indesiderata di una figlia sana. La pronuncia era stata confermata anche dalla Corte di appello, che aveva ritenuto non sussistente la prova che l’uomo volesse che la moglie abortisse. Ma la Cassazione ha poi riconosciuto il diritto al risarcimento rinviando il caso al Collegio territoriale che nei giorni scorsi si è pronunciato sull’entità del ristoro.

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