Il Tribunale di Catania ha riconosciuto la responsabilità del dicastero della Difesa per morte di un giovane sergente causata da un oligoastrocitoma riconducibile all’uranio impoverito respirato in missione

E’ morto per un oligoastrocitoma, un tumore al cervello, a soli 36 anni nel settembre del 2012. La patologia contratta  dal giovane, un sergente della Marina Militare, sarebbe riconducibile all’uranio impoverito inspirato durante le sue missioni in Kosovo. Questa la conclusione del giudice della terza sezione civile del Tribunale di Catania che, come riporta il quotidiano La Sicilia, ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire i parenti della vittima per i cosiddetti “danni riflessi” subiti in quanto persone vicine e come conseguenza delle sofferenze o del decesso del loro congiunto.

Dopo il decesso, la famiglia aveva chiamato in causa il Ministero chiedendo il risarcimento di tutti i danni patrimoniali, non patrimoniali, biologici, morali e esistenziali patiti. Secondo l’accusa, il dicastero avrebbe “omesso di informare i militari dei rischi connessi all’utilizzo, nelle aree cui si trovavano a operare (in tesi, Albania, ex-Jugoslavia e Kosovo), di armamenti all’uranio impoverito”.

Inoltre avrebbe “omesso di adottare le adeguate misure di prevenzione, precauzione e sicurezza.”

La Difesa aveva contestato la fondatezza della pretesa dei parenti, ritenendo non provata l’esposizione del giovane a radiazioni di uranio impoverito. Non sarebbe poi  stato possibile individuare condotte omissive o comportamenti colposi da parte del Ministero stesso.

Sulla base di una consulenza tecnica d’ufficio medico-legale esperita nel corso del processo civile, tuttavia, il giudice ha concluso che “deve ritenersi accertata la responsabilità del ministero della Difesa” per l’insorgenza dell’oligoastrocitoma in capo al militare e per il conseguente decesso, “in ragione della condotta omissiva colposa dell’autorità militare che non ha fornito adeguate informazioni al personale militare in servizio, non ha pianificato e valutato gli elementi di rischio e non ha predisposto delle misure di prevenzione individuale atte, se non a eliminare l’assorbimento di sostanze dannose confuse nelle polveri dell’aria, almeno a ridurre in termini apprezzabili i rischi per la salute…”

Secondo il Tribunale di Catania, quindi, “si ritiene adeguatamente provato il nesso eziologico”, perché la patologia tumorale riscontrata, con alta probabilità, “trova causa efficiente nella esposizione all’uranio impoverito”.

“Invero – prosegue il Giudice – il Ctu rileva che il de cuius è stato esposto a fattori di rischio cancerogeno, in particolare a contaminazioni tossiche provocate dalla combustione e ossidazione dei metalli pesanti causate dall’impatto e dall’esplosione delle munizioni anche all’uranio impoverito, nonché alla conseguente contaminazione dell’acqua e dell’aria dei luoghi di lavoro”.

In sentenza, inoltre, il collegio giudicante ha ricordato gli studi e le indagini di organismi internazionali sulla correlazione fra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgenza di tumori, che hanno spinto il governo degli Stati Uniti, l’Onu e la Nato a prendere misure di protezione, “conosciute dallo Stato italiano sin dal 1992”.

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