Secondo i giudici non vi sarebbero responsabilità mediche per il decesso di una giovane trentenne, morta per un carcinoma mammario inizialmente scambiato per un fibroadenoma
“Gli elementi acquisiti non consentono di affermare aldilà di ogni ragionevole dubbio che una diagnosi ancor più tempestiva avrebbe condotto ad un epilogo diverso”. Con questa motivazione sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”, un senologo e due radiologi che erano finiti a giudizio per il decesso di una trentenne, morta per un carcinoma mammario nel marzo del 2012, a due anni di distanza dalla scoperta di un nodulo al seno. La notizia è riportata dall’agenzia Dire.
Un’ ecografia eseguita ad aprile presso una struttura diagnostica romana aveva evidenziato un’immagine nodulare “riferibile verosimilmente a fibroadenoma”. Il radiologo aveva consigliato alla donna di recarsi da un senologo, che aveva confermato la diagnosi di fibroadenoma prescrivendo alla paziente un blando antinfiammatorio. Secondo lo specialista il nodulo era mobile e tutto faceva propendere per la natura benigna.
Nel corso delle settimane, tuttavia, le dimensioni del nodulo erano aumentate.
Una nuova ecografia aveva rilevato un “netto aumento volumetrico e assenza di vascolarizzazioni di chiaro significato patologico, sottolineando l’opportunità di altri accertamenti”. Nuovamente consultato, il senologo, su insistenza della paziente, le aveva prescritto un ago aspirato, che però la ragazza non era riuscita a fare per il troppo dolore.
Ad agosto, mentre la trentenne si trovava in vacanza in Sicilia, aveva ricevuto all’ospedale di Catania la diagnosi di carcinoma infiltrante triplo negativo. Immediato l’avvio delle cure che, tuttavia, non erano riuscite a salvarle la vita.
Dopo il decesso era stata aperta un’inchiesta sfociata nel rinvio a giudizio dei due radiologi che svolsero le ecografie e del senologo a cui si era rivolta la giovane donna.
I consulenti del pm – come riporta Dire – hanno escluso che “una diagnosi più tempestiva avrebbe potuto offrire maggiore chances di sopravvivenza” alla paziente. Il tumore della donna avrebbe avuto – in base a quanto riportato nella sentenza – “un’inusuale drammatica capacità proliferativa”. Per uno dei periti, in particolare, un tumore triplo negativo come quello della ragazza “può avere una caratteristica di spread metastatico sin dalla fase iniziale”.
Di parere opposto i consulenti di parte civile che sin dalla prima ecografia ritengono che sia rilevabile “un’immagine sospetta che necessitava approfondimento diagnostico cito/isto-logico” segnalando, inoltre, “un utilizzo del color power doppler con frequenza non corretta” negli esami effettuati. A loro avviso una diagnosi più tempestiva avrebbe permesso una differente proposizione terapeutica. Posizioni che però, secondo la pronuncia, non sarebbero ancorate a dati scientifici.
“E’ necessario accertare – si legge nelle motivazioni- se il comportamento omesso- in questo caso la diagnosi del carcinoma- avrebbe impedito o ritardato il verificarsi dello stesso o la sua lesività”. Inoltre, concludono i giudici, “non è accertato in quale stato esattamente si trovasse il tumore” al momento dell’omessa diagnosi.
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