L’Inail non riconosce postumi permanenti (parestesie dell’arto inferiore) poiché l’infortunato era già affetto da patologia spondilodiscoartrosica ed esiti di plurimi interventi di nucleoplastica L5 -S1 e posizionamento di dispositivo interspinoso L5 -S1 (Tribunale di Venezia, Sez. Lavoro, sentenza n. 60/2021 del 26 gennaio 2021)

Il lavoratore cita a giudizio l’Inail onde vedere risarcito l’infortunio sul lavoro avvenuto il 09/11/2017 allorquando, dopo avere ricevuto dal responsabile un ordine per il controllo di un pH – metro, si recava sul luogo nei pressi di uno scambiatore denominato E 384 presente nell’impianto FO 2 di produzione dell’acido fluoridrico.

L’operazione implicava la chiusura di un rubinetto posto a monte del misuratore di Ph, il quale si presentava arrugginito ed estremamente resistente alla movimentazione e collocato in una posizione disagevole per le operazioni di apertura/ chiusura, che rendeva necessaria la manovra da posizione chinata.

Nel tentativo di effettuare la chiusura del rubinetto il ricorrente avvertiva una fortissima scossa di dolore che interessava la zona lombare e ne impediva immediatamente i movimenti.

Il lavoratore veniva soccorso da un collega che avvisava l’assistente di turno, il quale a sua volta, allertava i soccorsi aziendali che lo trasportavano all’Ospedale dell’Angelo di Mestre ove gli veniva riscontrata una grave lombosciatalgia associata a parestesie dell’arto inferiore sinistro.

Tuttavia l’Inail, con nota del 24 /11 /2017, comunicava che “non spetta alcuna indennità in quanto l’evento che ha determinato l’inabilità temporanea assoluta al lavoro non dipende da causa violenta, ma da malattia comune”.

A seguito di opposizione ai sensi ex art. 104 DPR 112/1965, in data 22 /01 /2019 la commissione medica, riconosceva la natura di infortunio lavorativo all’evento con una I.T. A. senza esiti invalidanti di carattere permanente.

Nel giudizio civile incardinato si costituisce l’Inail deducendo l’assenza di postumi permanenti a fronte anche delle pregresse condizioni di salute del ricorrente, affetto sin dal 2007 da un a patologia di natura degenerativa spondilodiscoartrosica ed esiti di plurimi interventi di nucleoplastica L5 -S1, poi anuloplastica L4 -L5e L5 -S1 e ancora, in seguito, discectomia e posizionamento di dispositivo interspinoso L5 -S1 .

La causa viene istruita attraverso CTU Medico-Legale.

Il CTU ha rilevato: “a) di non poter procedere ad una determinazione obiettiva e precisa circa l’apprezzamento e l’entità dell’efficienza lesiva estrinsecatasi nell’occorso contestato, giacché l’entità della stessa potrebbe derivare soltanto da un’analisi comparativa delle indagini radiografiche eseguite alla ricerca di fenomeni infiammatori ed edematosi acuti, unici elementi indicativi dell’estrinsecarsi di una vis sufficiente a modificare definitivamente “in pejus” lo stato preesistente; b) nella denegata ipotesi, peraltro, la totale sconoscenza dello stato preesistente in termini obiettivi non consente l’applicazione della cosiddetta “formula di Gabrielli”, finalizzata alla quantificazione, secondo criteri medico-legali incontrovertibili e con criterio matematico, dell’entità del danno di cui (nell’ipotesi) sarebbe dovuto l’indennizzo; c) la mancanza, peraltro, di una storia clinica dettagliata e di una valutazione dei radiogrammi non consente di propendere per l’ipotesi di un’azione, pur lesiva, estrinsecatasi nell’occorso ma con modesta efficienza nell’ambito delle condizioni cliniche piuttosto fragili del paziente e se invero la successiva evoluzione debba essere ascritta in modo sostanzialmente autonomo alla malattia già in atto ovvero se l’accaduto di cui si discute abbia essenzialmente modificato il decorso clinico della malattia , tanto da determinare, di fatto, un essenziale e significativo aggravamento e inoltre la necessità di una pianificazione terapeutica tale da determinare, oggi, una condizione menomativa di diversa e maggiore portata “ (..) “Sulla base di tali precedenti considerazioni, l’unica ipotesi oggi plausibile che tenga conto di quanto introduttivamente richiamato (ovvero dell’inconfutabile sussistenza di infortunio sul lavoro, pur dotato almeno di una modesta efficienza lesiva) e alla luce di quanto disposto ai sensi del D.M. 12.07.00, si dovrà quantomeno ammettere quanto previsto alla voce 209 ovvero ” …esiti di trauma distorsivo o contusivo -distorsivo del rachide lombare con deficit funzionale apprezzabile e disturbi radicolari intercorrenti di natura trofico – sensitiva…” (..) “Tale ipotizzato pregiudizio è indubbiamente e incontrovertibilmente congruo all’accaduto e, a prescindere dalla mancanza di elementi per un ulteriore approfondimento, configura il minimo dovuto anche ipotizzando che nella vicenda di specie si sia estrinsecata quella minima efficienza lesiva che nell’infortunio così descritto e comunque riconosciuto appare idonea a configurare la menomazione così prevista e che lo scrivente riconosce nella misura del 6%”.

Il Tribunale condivide le conclusioni del CTU ed osserva che il Consulente ha fatto buon governo dei principi in tema di nesso causale.

Al riguardo viene osservato che nel caso di malattia ad eziologia multifattoriale, il nesso di causalità relativo all’origine professionale della malattia non possa essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessiti di una concreta e specifica dimostrazione, e, se questa può essere data anche in termini di probabilità sulla base delle particolarità della fattispecie (essendo impossibile, nella maggior parte dei casi, ottenere la certezza dell’eziologia), è necessario pur sempre che si tratti di “probabilità qualificata”, da verificarsi attraverso ulteriori elementi (come ad esempio i dati epidemiologici), idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale.

Anche recentemente la S.C. ha affermato che “in tema di malattia professionale derivante da lavorazione non tabellata o ad eziologia multifattoriale, la prova della causa di lavoro grava sul lavoratore e deve essere valutata in termini di ragionevole certezza, nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell’origine professionale, questa può essere ravvisata in un rilevante grado di probabilità.”

In applicazione di tali principi il Giudice osserva che il CTU ha concluso che “non può essere disconosciuta la verificazione di un infortunio seppur con una modesta efficienza lesiva – ma comunque concausale – sicché nel complesso della condizione del ricorrente il danno biologico indennizzabile sia da ricondurre alla voce 209 del D.M. 12.07.00 ovvero “…esiti di trauma distorsivo o contusivo -distorsivo del rachide lombare con deficit funzionale apprezzabile e disturbi radicolari intercorrenti di natura troficosensitiva…”.

In conclusione, il Tribunale accerta e dichiara che il ricorrente ha riportato un danno biologico ex art . 13 d.lgs 38/2000 e DM 12/7/2000 nella misura del 6% e conseguentemente condanna l’Inail ad erogare l’ indennizzo oltre agli interessi legali dal dovuto al saldo.

L’Istituto, soccombente, viene altresì condannato al pagamento delle spese di lite e di CTU.

Avv. Emanuela Foligno

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