L’utilizzo dei permessi di cui alla L. n. 104 del 1992, art. 33, per attendere ad esigenze diverse dall’assistenza al familiare, costituisce violazione dei principi di correttezza e buona fede e, pertanto, è legittimo il licenziamento anche qualora il dipendente ne abbia abusato per solo quattro giornate

La vicenda

La Corte d’appello di L’Aquila aveva confermato la legittimità del licenziamento per giusta causa intimato da una banca ad un proprio dipendente per abuso dei permessi ex art. 33, comma 3 della L. n. 104 del 1992.

La corte territoriale aveva ritenuto raggiunta la prova dell’abuso di quattro permessi ex legge n. 104/1992 essendo emerso dalla relazione dell’agenzia investigativa (incaricata dal datore di lavoro) nonché dalle prove testimoniali che il dipendente, nelle giornate contestate, si fosse recato presso l’abitazione del padre disabile solo per 15 minuti, peraltro utilizzando la pausa pranzo e non l’orario concesso per il permesso.

Contro tale pronuncia il lavoratore ha proposto ricorso per cassazione lamentando l’errata applicazione della legge citata, posto che tale disposizione non impone la necessaria coincidenza temporale dei permessi e il tempo dell’assistenza diretta.

Ma il ricorso non è stato accolto. Per i giudici della Sezione Lavoro della Cassazione (sentenza n. 1394/2020) la corte d’appello aveva fatto corretta applicazione dei principi di diritto più volte richiamati dalla giurisprudenza di legittimità, avendo precisato come il permesso di cui alla L. 104/1992, art. 33 sia riconosciuto al lavoratore in ragione dell’assistenza al disabile e in relazione causale diretta con essa. Ne consegue che il comportamento del dipendente che si avvalga di tale beneficio per attendere ad esigenze diverse integra l’abuso del diritto e viola i principi di correttezza e buona fede, sia nei confronti del datore di lavoro che dell’Ente assicurativo, con rilevanza anche ai fini disciplinari.

Il principio di diritto

Invero, in base alla ratio della legge n. 104 del 1992, art. 33, comma 3, che attribuisce al “lavoratore dipendente … che assiste persona con handicap in situazione di gravità …” il diritto di fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito, coperto da contribuzione figurativa, è necessario che l’assenza dal lavoro si ponga in relazione diretta con l’esigenza per il cui soddisfacimento il diritto stesso è riconosciuto, ossia l’assistenza al disabile; questa può essere prestata con modalità e forme diverse, anche attraverso lo svolgimento di incombenze amministrative, pratiche o di qualsiasi genere, purché nell’interesse del familiare assistito (Cass. ord. n. 23891/2018).

Secondo l’orientamento della Suprema Corte (Cass. n. 17968/2016), il comportamento del prestatore di lavoro subordinato che non si avvalga del permesso previsto dal citato articolo 33, in coerenza con la funzione dello stesso (l’assistenza familiare), integra un abuso del diritto in quanto priva il datore di lavoro della prestazione lavorativa in violazione dell’affidamento riposto nel dipendente ed integra, nei confronti dell’Ente di previdenza erogatore del trattamento economico, un’indebita percezione dell’indennità ed uno sviamento dell’intervento assistenziale.

La decisione

Per queste ragioni la sentenza impugnata è stata confermata con conseguente rigetto del ricorso presentato dal lavoratore.

Avv. Sabrina Caporale

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