Il virus, nel giro di pochi giorni, ha danneggiato irrimediabilmente i polmoni del ragazzo, senza precedenti patologie. Si tratta del primo intervento di questo tipo in Europa

Era giovane e perfettamente sano, senza alcuna patologia pregressa, ma il virus lo ha infettato e gli ha danneggiato irrimediabilmente i polmoni, ‘bruciando’ ogni capacità di respirare normalmente. A salvare il 18enne è stato un trapianto record effettuato al Policlinico di Milano, con un percorso che prima di oggi era stato tentato solo in Cina, dove la diffusione del coronavirus ha avuto inizio. Il coordinamento operativo è stato assicurato dal Centro nazionale trapianti in sinergia con il Centro regionale trapianti della Lombardia e il Nord Italia transplant program.

La drammatica vicenda del  ragazzo inizia il 2 marzo scorso, quando sviluppa una febbre alta. Nel giro di quattro giorni le sue condizioni precipitano. Il 6 marzo viene ricoverato nella terapia intensiva realizzata alla tensostruttura dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e solo due giorni dopo ha bisogno di essere intubato.

Intanto il virus compromette i polmoni del ragazzo a tal punto che il 23 marzo i medici dell’Unità di Terapia Intensiva cardiochirurgica del San Raffaele lo devono collegare alla macchina ECMO per la circolazione extracorporea. Ma anche questa soluzione ben presto non si rivela risolutiva.

A metà aprile arriva il primo barlume di speranza: in un confronto con gli esperti della Chirurgia Toracica e Trapianti di Polmone del nosocomio meneghino, diretti da Mario Nosotti, si decide di tentare un’ultima risorsa, quella di donargli dei polmoni nuovi.

Una procedura mai tentata finora, se non in pochi rari casi in Cina (e in un singolo caso a Vienna, eseguito anch’esso la scorsa settimana), e che gli stessi medici definiscono “un salto nel vuoto”.

“Qui, oltre alle competenze tecniche – racconta il professor Nosotti, direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia toracica all’Università degli Studi di Milano – devo sottolineare la caparbietà e il coraggio dei colleghi del San Raffaele che, invece di arrendersi, ci hanno coinvolto in una soluzione mai tentata prima nel mondo occidentale. La nostra esperienza prende spunto da quella del professor Jing-Yu Chen dell’ospedale di Wuxi in Cina, che conosciamo personalmente e con quale abbiamo discusso alcuni aspetti tecnici, dal momento che per ovvi motivi si è trovato a fronteggiare il problema prima di noi”.

Mentre il personale sanitario pianifica l’intervento, si mette in moto anche la macchina del Centro nazionale trapianti: l’operazione e le condizioni del paziente passano al vaglio della task force infettivologica e, dopo la valutazione positiva, il giovane viene inserito in lista d’attesa urgente nazionale: è il 30 aprile.

Poco meno di due settimane fa, quando la situazione era ormai disperata, arriva la svolta tanto attesa: viene individuato un organo idoneo, donato da una persona deceduta in un’altra Regione e negativa al coronavirus, e viene immediatamente predisposto il prelievo e il trasporto dei polmoni a Milano.

L’intervento è stato complesso anche per i gravi danni provocati dal coronavirus.

“I polmoni, infatti – spiega Nosotti – apparivano lignei, estremamente pesanti e in alcune aree del tutto distrutti. E’ stato poi confermato all’esame microscopico un diffuso danno degli alveoli polmonari, ormai impossibilitati a svolgere la loro funzione, con note di estesa fibrosi settale”.

L’operazione, nonostante le difficoltà, si conclude perfettamente, e dopo circa 12 ore viene scollegata la circolazione extracorporea: “una cosa non del tutto comune fanno sapere dal Policlinico – soprattutto considerando che il paziente era collegato alla ECMO da due mesi. Nella delicata gestione post-operatoria è stato utilizzato anche il plasma iperimmune.

Oggi il giovane è sveglio, collaborante, segue la fisioterapia e viene lentamente svezzato dal respiratore. Ci vorrà ancora del tempo perché possa tornare a una vita il più possibile normale, ma la speranza è che il peggio sia passato. Ora dovrà seguire una lunga riabilitazione, non tanto per l’infezione da coronavirus (dalla quale ormai è guarito), quanto per i 58 giorni che ha passato bloccato a letto, intubato e assistito dalle macchine.

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