L’art. 2226 c.c., che regola i diritti del committente per il caso di difformità e vizi dell’opera, non è applicabile al contratto di prestazione di opera professionale intellettuale eseguita dall’odontoiatra. Essa, infatti, ha per oggetto, pur quando si estrinsechi nell’istallazione di protesi dentarie, la prestazione di un bene immateriale in relazione al quale non sono percepibili vizi o difformità pur esistenti

La vicenda

La vicenda trae origine dall’azione giudiziaria promossa dall’attore nei confronti del proprio dentista, volta ad accertare la sua responsabilità professionale in ordine alla realizzazione di due protesi dentarie assolutamente inadeguate per instabilità e sovradimensionamento e all’omesso rilievo di tale inadeguatezza nei successivi controlli.
L’attore lamentava che in conseguenza dell’erronea prestazione professionale ricevuta, non solo aveva patito un danno non patrimoniale in relazione alle lesioni ed ulcerazioni, non permanenti, cagionate dall’utilizzo della protesi inadeguata ed alla impossibilità di utilizzare alcuna dentatura posticcia, con conseguente grave compromissione della qualità della vita e delle relazioni interpersonali, ma anche un danno patrimoniale costituito dagli esborsi sostenuti per spese protesiche e mediche nei confronti dello stesso convenuto, di cui chiedeva la restituzione.
La somma contestata ammontava a 13.645 euro per il danno patrimoniale e 12.000 euro, a titolo di risarcimento dei danni biologici e non patrimoniali sopportati.
Si costituiva in giudizio il convenuto, eccependo l’infondatezza della domanda attorea, nonché l’insussistenza della dedotta negligenza professionale e del nesso causale tra la condotta ed il danno lamentato.

Il processo di primo grado

Il Tribunale di Roma dinanzi al quale l’azione è stata intentata dopo aver sommariamente ricostruito l’oggetto del processo e la posizione delle parti, ha respinto l’azione di risarcimento proposta del ricorrente.
Dalle risultanze processuali (ctu) non era stato possibile accertare la responsabilità del convenuto per l’erronea realizzazione delle protesi dentarie, essendo la domanda attorea rimasta del tutto sfornita di prova.
La Cassazione ha già chiarito che il risultato “anomalo” o anormale – in ragione dello scostamento da una legge di regolarità causale fondata sull’esperienza – dell’intervento medico-chirurgico, fonte di responsabilità, è da ravvisarsi non solo in presenza di aggravamento dello stato morboso, o in caso di insorgenza di una nuova patologia, ma anche quando l’esito non abbia prodotto il miglioramento costituente oggetto della prestazione cui il medico-specialista è tenuto, producendo al contrario, conseguenze di carattere fisico e psicologico.
Tuttavia, l’art. 2226 c.c., che regola i diritti del committente per il caso di difformità e vizi dell’opera, non è applicabile al contratto di prestazione di opera professionale intellettuale (sentenza 23 luglio 2002, n. 10741).
Essa, infatti, ha per oggetto, pur quando si estrinsechi nell’istallazione di una protesi dentaria, la prestazione di un bene immateriale in relazione al quale non sono percepibili, come per i beni materiali, le difformità o i vizi eventualmente presenti, assumendo rilievo assorbente l’attività riservata al medico dentista di diagnosi della situazione del paziente, di scelta della terapia, di successiva applicazione della protesi e del controllo della stessa. Pertanto, non potendosi individuare un’entità materiale nell’opera del dentista, la protesi puo’ considerarsi un’opera materiale ed autonoma solo in quanto oggetto della prestazione dell’odontotecnico.
Tale orientamento – che ha ricevuto l’autorevole avallo delle Sezioni Unite della Suprema Corte nella sentenza 28 luglio 2005, n. 15781, ancorché riguardante la prestazione d’opera intellettuale nel suo complesso – è stato poi ulteriormente ribadito dalla sentenza 9 marzo 2006, n. 5091, sempre in materia di prestazioni odontoiatriche, e da altre successive in materia di prestazione d’opera intellettuale in generale.
Ciò comporta l’impossibilità di applicare al caso in esame la norma dell’art. 2226 ce, in tema di contratto d’opera.

Il riparto dell’onere della prova

ebbene, quanto al caso in esame -osserva il tribunale capitolino – l’attrice, avrebbe dovuto dimostrare l’esistenza dei difetti di realizzazione del manufatto protesico mediante la produzione dello stesso. Ella invece, non solo non aveva prodotto le protesi, ma si era limitata ad allegare una relazione medica di parte recante alcune immagini fotografiche delle stesse, di cui però, non era stato possibile accertare la loro riconducibilità all’opera realizzata dal convenuto.
In materia di responsabilità per attività medicochirurgica, è pacifico in giurisprudenza che il paziente che agisce in giudizio deducendo l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria può limitarsi a provare il contratto ed allegare l’inadempimento del professionista, restando a carico dell’obbligato l’onere di provare l’esatto adempimento, ma deve rilevarsi che la ripartizione dell’onere della prova tra paziente e medico deve tenere conto, oltre della partizione della fattispecie sostanziale tra fatti costitutivi e fatti estintivi od impeditivi del diritto, anche del principio – riconducibile all’art. 24 Cost. e al divieto di interpretare la legge in modo da rendere impossibile o troppo difficile l’esercizio dell’azione in giudizio – della riferibilità o vicinanza o disponibilità dei mezzi di prova.
La domanda attorea, rimasta del tutto sfornita di prova è stata pertanto rigettata.

La redazione giuridica

 
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