L’omesso versamento delle somme dovute riguarda solamente le imposte sui redditi e sul valore aggiunto e non già, in assenza di pertinenti specificazioni, inadempimenti di altro genere dei quali l’intero testo normativo non si occupa

La vicenda

Il Tribunale del Riesame di Brescia annullava (o riduceva l’importo) il sequestro disposto dal Giudice per le indagini preliminari, in relazione al delitto previsto dall’art. 10-quater del d.lgs. 74/2000 (“indebita compensazione”) a mente del quale “È punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa le somme dovute, utilizzando in compensazione, ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, crediti non spettanti, per un importo annuo superiore a cinquantamila euro”.

A sostegno della propria decisione il Tribunale osservava che il reato in questione, vista anche la sua collocazione sistematica, non potesse ravvisarsi in relazione alle indebite compensazioni di somme non dovute a titolo di imposte sui redditi o sul valore aggiunto (e segnatamente per quelle relative agli obblighi per contributi previdenziali e assistenziali) e che il relativo profitto dovesse essere fissato considerando il solo importo del debito compensato.

La vicenda è giunta al vaglio della Cassazione su impulso del Procuratore della Repubblica del Tribunale di Brescia, a detta del quale l’interpretazione offerta dal giudice di merito non soltanto era difforme dalla lettera delle legge, ma era altresì contraria alla unanime giurisprudenza di legittimità che anche di recente, ha ribadito come il titolo della legge non sia vincolante per l’interprete, dovendo, piuttosto ritenersi necessario considerare il richiamo dell’art. 17 d.lgs. n. 241/1997 per comprendere come le “somme dovute”, oggetto dell’indebita compensazione di cui trattasi, possano essere tutte quelle di cui all’apposito “Modello F24”, senza che quindi siano operabili distinzioni fra i debiti fiscali e quelli di diversa natura.

In altre parole, la ricostruzione fatta propria dal Pubblico Ministero affermava la configurabilità – negata invece, dal provvedimento impugnato – del delitto di cui all’art. 10-quater citato, in tutti i casi in cui l’indebita compensazione determini il mancato versamento di somme dovute, non solo a titolo di imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ma anche agli altri titoli elencati ai fini della compensazione dall’art. 17 d.lgs. n. 241/1997, fra cui figurano gli obblighi di pagamento per contributi previdenziali e assistenziali.

La pronuncia della Cassazione

A tal proposito risultano particolarmente indicative le disposizioni contenute nell’art. 13, comma 1 che, riferendosi indistintamente alle fattispecie incriminatrici previste dagli art. 10-bis, 10-ter e 10-quater, disciplinano la speciale causa di non punibilità del pagamento del debito tributario in termini che non possono avere alcuna compatibilità con obblighi come quelli relativi ai contributi previdenziali e assistenziali, ossia con quei debiti che potrebbero rappresentare i soli ai quali riferire il mancato pagamento che vale ad integrare il reato previsto dall’art. 10-quater.

Tale principio è stato ribadito, di recente, dalla Terza Sezione Penale della Cassazione n. 8689/2018, anche se la sua motivazione contiene indicazioni che mostrano di non trascurare il significato della collocazione della fattispecie incriminatrice all’interno del d.lgs. n. 74/2000; infatti viene delineata una struttura asimmetrica dell’art. 10-quater.

Ebbene, proprio tale struttura asimmetrica – a giudizio degli Ermellini – confermerebbe l’impostazione posta alla base della sentenza impugnata: si ha un distinto riferimento all’art. 17 d.lgs. n. 241/1997 in virtù della considerazione di tutti i crediti ivi contemplati in quanto idonei alla compensazione, mentre l’indebito risultato dalla condotta fraudolenta, ossia l’omesso versamento delle somme dovute, riguarda solamente le imposte sui redditi e sul valore aggiunto e non già, in assenza di pertinenti specificazioni, inadempimenti di altro genere dei quali l’intero testo normativo non si occupa.

Questa lettura – hanno concluso i giudici della Suprema Corte -, non è semplicemente coerente con la collocazione della fattispecie all’interno di un decreto legislativo, che disciplina i reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, ma appare la sola in linea, sul piano sistematico, con le “Disposizioni comuni” contenute nel Titolo III, che, quando specificano gli importi dovuti così come presi in considerazione dalle previsioni incriminatrici, si confrontano unicamente con debiti tributari e imposte evase.

Per tutti questi motivi, il ricorso del Pubblico Ministero è stato rigettato, essendo risultati infondati i rilievi rappresentati.

La redazione giuridica

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