La Cassazione si è pronunciata sul caso di un cittadino accusato di aver dichiarato il falso per ottenere il reddito di cittadinanza, pur essendo in regola con i requisiti per godere del beneficio

Era accusato, assieme alla moglie, di aver dichiarato il falso per ottenere il beneficio economico del reddito di cittadinanza, attestando il proprio stato di disoccupazione quando in realtà svolgeva attività lavorativa come addetto al laboratorio di pasticceria e rosticceria in un locale, percependo un compenso pari a euro 180,00 a settimana. Un illecito che era stato accertato dai carabinieri  attraverso un servizio di osservazione presso l’esercizio in questione.

Il Gip aveva quindi emesso un decreto di sequestro preventivo avente ad oggetto una “Carta POSTAMAT RDC”, per la violazione dell’art. 7 della legge n. 26/2019. L’uomo aveva chiesto il riesame del provvedimento ma il Tribunale aveva rigettato l’istanza ritenendo infondata l’argomentazione difensiva, in base alla quale l’ISEE necessario al fine di dimostrare di rientrare nei parametri reddituali indicati dalla legge sarebbe rilasciato proprio in concomitanza con l’inizio dell’attività lavorativa, la cui retribuzione, peraltro, non avrebbe comportato il superamento del limite massimo di ISEE annuo per ottenere il beneficio economico e, dunque, l’obbligo di comunicare la variazione.

Il Tribunale aveva invece rilevato che l’autodichiarazione presentata ai fini della concessione del beneficio era riferita a un momento in cui l’indagato svolgeva attività lavorativa da oltre un mese.

Inoltre, aveva evidenziato l’anomalia della situazione, rappresentata dal fatto che – al momento del controllo da parte della polizia giudiziaria – risultava che l’indagato svolgesse lavoro senza regolare contratto; mentre, solo successivamente, era stata documentata l’esistenza di un contratto di lavoro semestrale.

L’uomo ha quindi deciso di ricorrere per cassazione deducendo violazione di legge nonché vizi della motivazione, sulla premessa che la variazione di reddito ritenuta penalmente rilevante, legata alla nuova attività occupazionale da lui svolta, si sarebbe prodotta in un momento successivo al rilascio della documentazione ISEE necessaria per la domanda del reddito di cittadinanza.

La difesa ha avanzato il dubbio circa l’esistenza di un obbligo di comunicare tale variazione di reddito non essendosi comunque verificato il superamento della soglia richiesta dalla legge per la concessione del beneficio.

La Suprema Corte, con la sentenza n. 5290/2020 ha ritenuto il ricorso infondato.

Gli  Ermellini hanno specificato che “ai sensi dell’art. 7 del d.l. n. 4 del 2019, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 26 del 2019, il sequestro preventivo della carta reddito di cittadinanza, nel caso di false indicazioni od omissioni di informazioni dovute, anche parziali, da parte del richiedente, può essere disposto anche indipendentemente dall’accertamento dell’effettiva sussistenza delle condizioni per l’ammissione al beneficio”.

La Cassazione ha poi rilanciato l’importanza del principio antielusivo fondato sull’art. 53 della Costituzione, la cui ratio risponde al più generale principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost.. Di conseguenza, la punibilità del reato di condotta si rapporta, ben oltre il pericolo di profitto ingiusto, al dovere di lealtà del cittadino verso le istituzioni dalle quali riceve un beneficio economico.

Le due fattispecie incriminatrici dell’art. 7 del d.l. n. 4/2019, per i Giudici di Piazza Cavour, trovano quindi applicazione indipendentemente dall’accertamento dell’effettiva sussistenza delle condizioni per l’ammissione al beneficio e, in particolare, del superamento delle soglie di legge. Ciò anche perché il legislatore ha inteso creare un meccanismo di riequilibrio sociale, quale il reddito di cittadinanza, il cui funzionamento presuppone necessariamente una leale cooperazione fra cittadino e amministrazione, che sia ispirata alla massima trasparenza,

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