La Suprema Corte ha cassato la decisione della Corte d’appello di Roma che, nel condannare la società incaricata dal Comune alla manutenzione delle strade per i danni provocati ad un automobilista, aveva respinto la richiesta di quest’ultima relativa alla garanzia nei confronti della propria compagnia assicurativa

La vicenda

Nel 2006 l’attore convenne dinanzi al Tribunale capitolino il Comune di Roma chiedendone la condanna al risarcimento dei danni patiti in conseguenza di un sinistro stradale provocato da alcuni rigonfiamenti dell’asfalto per la presenza di radici di pino.

Il Comune chiamò in causa la società cui aveva affidato, per contratto, il compito di manutenzione delle strade. Quest’ultima, oltre a contestare la propria responsabilità, a sua volta chiese di essere tenuta indenne, in caso di soccombenza, dal proprio assicuratore della responsabilità civile.

Il giudizio di primo grado si concluse nel 2010 con l’accoglimento della domanda attorea e la condanna in solido del Comune capitolino e della società al risarcimento dei danni richiesti.

Nel 2015, all’esito del giudizio di secondo grado, la corte d’appello di Roma condannò soltanto la società incaricata della manutenzione delle strade, avendo accolto la domanda di manleva proposta dal Comune.

Fu rigettata, invece, la richiesta di garanzia della predetta società nei confronti della propria compagnia assicurativa. Su quest’ultimo punto i Giudici evidenziarono che “il contratto di assicurazione stipulato copr[isse] soltanto la responsabilità aquiliana verso terzi dell’assicurata e non la responsabilità derivante da inadempimento contrattuale» e che, invece, nel caso di specie,  «la responsabilità della società nei confronti del Comune era di natura contrattuale, perché scaturiva dall’inadempimento del contratto di appalto avente ad oggetto il servizio di manutenzione delle strade”.

Il ricorso per Cassazione

Con l’unico motivo di ricorso, la società condannata al risarcimento dei danni lamentava l’errata interpretazione del contratto, per aver la corte d’appello ritenuto che la domanda di garanzia formulata non rientrasse nella copertura assicurativa.

A tal riguardo, la ricorrente lamentava il fatto che la Corte d’appello non avesse tenuto conto del fatto che la polizza era stata stipulata ai sensi dell’articolo 30 della legge 109/94: si trattava, cioè, di una polizza che l’appaltatore di opere pubbliche era obbligato a stipulare e che obbligatoriamente doveva coprire il rischio stabilito dalla legge, ovvero “tutti i rischi di esecuzione da qualsiasi causa determinati”.

“Il motivo è fondato” hanno dichiarato i giudici della Suprema Corte.

“Il danno subito dall’attore principale in esito al sinistro verificatosi a causa di una buca nel manto stradale di una via cittadina, ha indubbia natura extracontrattuale; del resto, tutta la tematica della responsabilità da cose in custodia, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., afferisce all’area della responsabilità aquiliana. L’obbligo di manleva della società invece, è certamente di natura contrattuale”.

Inoltre, era errata in punto di diritto l’affermazione secondo cui “l’inclusione dell’obbligo di manleva nell’ambito del rischio assicurativo equivaleva a considerare assicurato qualsiasi ipotesi di inadempimento contrattuale”.

Infatti, ove l’anzidetta società si fosse resa inadempiente nei confronti del Comune di Roma delle obbligazioni nascenti dal contratto di appalto, la responsabilità (contrattuale) della società nei confronti dell’ente sarebbe stata diretta e non per manleva.

Ricorre quest’ultima ipotesi, difatti, quando taluno è tenuto a tenere indenni altri dagli obblighi che questi – a vario titolo (nella specie, per responsabilità extracontrattuale) – assume nei confronti di terzi. Si tratta, quindi, di uno schema necessariamente trilaterale, che non ricorre nell’ipotesi dell’inadempimento contrattuale dell’appaltatore nei confronti dell’appaltante.

Chiariti i termini della questione in punto di diritto, non restava che verificare se davvero la polizza escludesse dal rischio assicurato la manleva dell’ente appaltante da quanto eventualmente dovuto per danni a terzi.

Ebbene, la conclusione cui sono pervenuti i giudici della corte territoriale era errata, perché smentita dal tenore testuale della polizza stessa.

Quest’ultima prevedeva che l’assicuratore avrebbe tenuto indenne l’assicurato di quanto questi fosse tenuto a pagare, quale civilmente responsabile ai sensi di legge, a titolo di risarcimento (capitale, interessi e spese) dei danni involontariamente cagionati a terzi per morte, lesioni personali e danneggiamenti a cose in relazione ai lavori assicurati.

L’espressione ‘ai sensi di legge’ – hanno aggiunto gli Ermellini – va riferita alla L. n. 109 del 1994, art. 30, comma 3, all’epoca vigente.

In definitiva, il Supremo Collegio ha ritenuto che “nel rischio assicurato rientrasse anche quanto la società poteva essere tenuta a pagare al Comune per tenerlo indenne da responsabilità nei confronti di terzi per fatti illeciti, da qualsiasi causa determinati, nell’ambito dell’esecuzione dei lavori appaltati”.

Del resto “la ratio della norma che imponeva la stipulazione della polizza assicurativa era appunto di tenere indenni le amministrazioni per ogni eventualità, compresa quella in cui la parte committente debba rispondere verso i terzi a causa dell’appaltatore”.

Il ricorso è stato, perciò, accolto e il provvedimento impugnato cassato con rinvio.

La redazione giuridica

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