La vicenda si riferisce alla morte di una donna avvenuta lo scorso febbraio per la rottura di un aneurisma; secondo i periti la paziente poteva essere salvata ma c’è stato un inspiegabile buco di tre ore prima del suo trasporto in una struttura attrezzata
E’ un ritardo che non trova spiegazione quello che secondo i periti è costato la vita a una donna di 61 anni deceduta lo scorso febbraio dopo un ricovero all’Ospedale di Civita Castellana. La signora nel mese precedente aveva accusato dei malori sospetti ed era stata già ricoverata una prima volta presso il nosocomio per uno svenimento. Tornata una seconda volta in Ospedale era stata nuovamente ricoverata per la tenace insistenza dei familiari, ma aveva dovuto aspettare tre giorni prima di essere visitata da uno specialista esterno poiché la struttura non è provvista di un reparto di cardiologia. Nel corso della visita il medico si sarebbe subito reso conto della gravità del quadro clinico della paziente disponendone il trasferimento immediato all’Ospedale Belcolle di Viterbo; ma tale spostamento avvenne solo tre ore dopo, mediante eliambulanza, e una volta giunta presso la struttura indicata le sue condizioni erano ormai critiche. Poco dopo l’arrivo dell’elicottero al Belcolle la donna, infatti, morì.
E proprio su quel buco di tre ore si sono concentrati gli inquirenti nell’ambito delle indagini disposte dalla Procura di Viterbo, che all’indomani del decesso ha emesso sette avvisi di garanzia con l’ipotesi di reato di omicidio colposo nei confronti di altrettanti camici bianchi del reparto di medicina dell’Ospedale di Civita Castellana. Tuttavia, nonostante il sequestro immediato della cartella clinica della paziente deceduta e gli ulteriori sopralluoghi della squadra mobile quanto successo in quell’arco temporale rimane un mistero.
Quello che invece sembra ipotizzabile, in base alle conclusioni dei periti depositate nelle scorse ora, è che la paziente si sarebbe potuta salvare. A stroncare la vita della donna, infatti, sarebbe stata la rottura di un aneurisma. Secondo i consulenti della Procura la morte si sarebbe potuta evitare se fosse stato tempestivamente aspirato il versamento di liquido che avrebbe esercitato la pressione fatale sul cuore. Alla luce di tali conclusioni quel vuoto temporale e documentale tra la visita del cardiologo e il viaggio verso Viterbo diventa ancor più decisivo nell’ottica dell’accertamento delle responsabilità legate al decesso della signora. Per capire cosa sia successo in quelle tre ore i legali dei familiari della vittima hanno annunciato l’intenzione di affidare a un consulente di parte ulteriori accertamenti.




