Cass. Civ., Sez. III, Sentenza 2359/2019 – Tribunale Napoli, Sez. III penale, 25 marzo 2019

Gli italiani (trasfusi e talassici) infettati da HIV o epatite sarebbero centoventimila, oltre quattromila le vittime.

Questi numeri da capogiro non possono passare inosservati.

Le motivazioni del giudizio penale conclusosi a Napoli la scorsa primavera e pubblicate in questi giorni fanno riflettere.

Duilio Poggiolini e tutti i manager delle Aziende farmaceutiche imputati di omicidio colposo plurimo per la vicenda della somministrazione di emoderivati infetti degli anni ottanta sono stati assolti con formula piena perché il fatto non sussiste.

Il Giudice Penale non ha ritenuto dimostrato il nesso causale, ovverosia non ha rinvenuto il legame tra la condotta degli imputati e i decessi causati dalle infezioni contratte dall’assunzione di emo-plasmaderivati infetti.

Il punto nodale è dunque: avere l’elemento che lega l’evento (contagio e decesso) alla condotta degli imputati (Poggiolini e dirigenti delle Aziende farmaceutiche). In teoria l’elemento legante sarebbe ravvisabile nel fatto che gli imputati erano a conoscenza della provenienza “discutibile” degli emoderivati. Ma ciò non è stato sufficiente.

E’ stato confermato nel giudizio penale che i concentrati di FVIII e FIX dell’epoca (anni ottanta) erano infetti e provenienti da soggetti ad alto rischio.

Le case farmaceutiche americane Baxter, Bayer, Aventis Behring e Alpha si sarebbero procurate il plasma assoldando donatori tossicodipendenti e reclusi di Arkansas, Louisiana e Alabama. E, sempre in quel periodo, il 90% degli emoderivati disponibili era di sola origine statunitense.

All’epoca dei fatti i controlli sugli emoderivati e sulla loro somministrazione ai pazienti non erano rigidi come oggi. In particolare, non venivano registrate le singole sacche di plasma o sangue (di cui non si conosceva neppure la provenienza né il donatore) somministrate ai pazienti che venivano semplicemente annotate in cartella clinica.

Per queste ragioni non è stato possibile raggiungere la prova del nesso causale.

Si consideri, per comprendere, che le Sezioni Unite Civili della Suprema Corte hanno chiarito che pur essendo uguali i principi che regolano il procedimento logico – giuridico ai fini della ricostruzione del nesso causale, ciò che muta tra il processo penale e quello civile è la regola probatoria, in quanto nel p. penale vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio”, mentre, nel secondo, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non” (Cass. Civ., S.U., 11 gennaio 2008, n. 581).

In materia civile, quindi, l’accertamento della causalità materiale richiede una certezza, diciamo più elastica, di natura eminentemente probabilistica.

Deve ritenersi sussistente un valido nesso causale tra la condotta colposa e l’evento lesivo allorché, se fosse stata tenuta la condotta diligente, prudente e perita, l’evento dannoso non si sarebbe verificato.

Il giudizio da compiere non è sulla base di calcoli statistici o probabilistici, ma unicamente sulla base della ragionevole verosimiglianza, che va compiuto alla stregua degli elementi di conferma (tra cui soprattutto l’esclusione di altri possibili e alternativi processi causali) disponibili in relazione al caso concreto.

Ecco spiegato per quale ragione i soggetti coinvolti nella vicenda del sangue infetto in sede penale hanno visto l’assoluzione.

Nel processo penale di Napoli vi sono da tenere in considerazione tre fattori:  l’Organismo deputato al controllo e alla vigilanza degli emoderivati, ovvero il Ministero della Salute non era imputato; è stato impossibile stabilire quale “prodotto” sia stato il responsabile del contagio; il procedimento è divenuto un “evento fenomeno” con il quale, forse, sono state illuse le parti civili.

La normativa vigente all’epoca dei fatti, ovvero: L. n. 519/1973 attribuiva all’Istituto Superiore di Sanità compiti attivi a tutela della salute pubblica;  la L. 833/ 1978 -istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale- indirizzava al  Ministero della Sanità, oltre al ruolo primario nella programmazione del piano sanitario nazionale con compiti di indirizzo e coordinamento delle attività amministrative regionali delegate in materia  sanitaria, importanti funzioni in materia di produzione, sperimentazione e commercio dei prodotti farmaceutici e degli emoderivati (art. 6. lett. b, c);  il D.L. n. 443/1987, che ha introdotto la farmacosorveglianza dei medicinali da parte del Ministero della Sanità, a quest’ultimo attribuiva il potere di stabilire le modalità di esecuzione del  monitoraggio sui farmaci a rischio, e di emettere eventuali provvedimenti cautelari relativamente ai prodotti in commercio; la L. n. 107/1990  assegna al Ministero della Sanità il potere di ispezionare e controllare le Aziende che producono emoderivati e specialità farmaceutiche connesse  e controllare i prodotti stessi e autorizzare l’importazione di emoderivati pronti per l’impiego;  infine la L. n. 178 del 1991, disciplinante  le modalità di rilascio e revoca dell’autorizzazione  ministeriale alla produzione, importazione e immissione in commercio delle specialità medicinali, con incisivi poteri ispettivi e di vigilanza del Ministero.

La tragicità dei fatti accaduti evidenzia una mancanza di tutto il sistema sanitario e della classe politica, proprio per tale ragione, ma anche per rispetto nei confronti delle vittime e dei contagiati, si attendeva non una formula di assoluzione piena (perché il fatto non sussiste), ma una assoluzione per insufficiente o contraddittoria prova.

Venendo ora all’aspetto civile, si prende ad esame (tra le numerosissime, anche di merito) la pronunzia della terza Sezione della Cassazione Civile, dalla illustre penna del Presidente Travaglino (N. 2359/2019 del 29 gennaio 2019).

Viene al vaglio degli Ermellini, su impulso del Ministero della Salute, un caso di contagio da HCV proveniente dalla Corte d’Appello di Bologna, che aveva condannato il Ministero stesso a risarcire i danni all’ uomo contagiato.

Il danneggiato veniva sottoposto a trasfusioni di albumina in regime di ricovero ospedaliero avvenuto nel 2001 e successivamente risultava contagiato dal virus dell’HCV.

Il tribunale di Piacenza nel 2006 respingeva la richiesta di risarcimento avanzata dall’uomo per mancanza della prova del nesso di causa tra la trasfusione di albumina e l’infezione contratta.

Successivamente la Corte d’Appello di Bologna, adita dal danneggiato, riteneva errata la mancanza della prova del nesso di causa espressa dai Giudici di primo grado.

Gli Ermellini, quindi, ribadite le potenzialità di rischio dell’attività trasfusionale di sangue ed emoderivati, analizzano compiutamente l’obbligo a carico del Ministero di evitare il contagio e dell’effettiva possibilità di adempierlo.

Facendo ricorso alla teoria dello scopo della norma violata (teoria probabilistica), secondo cui la relazione probabilistica tra comportamento ed evento dannoso va ricostruita prescindendo da ogni valutazione di prevedibilità soggettiva dell’evento, (anche) sulla base dello scopo della norma violata, gli Ermellini ritengono pienamente corretta la decisione della Corte territoriale.

Sussiste, quindi, il nesso eziologico tra condotta omessa ed evento.

I Giudici di legittimità specificano che lo scopo delle norme è quello di evitare il rischio di un generico danno alla salute, comprensivo di qualsiasi lesione conseguente a trasfusione o assunzione di emoderivati infetti.

Qualora si concretizzi il rischio, la considerazione del comportamento dovuto e della condotta mantenuta assume decisivo rilievo sul piano probabilistico e permette di ritenere presuntivamente provato il nesso di causalità.

Sotto il profilo della colpevolezza del Ministero viene ribadito che lo stesso, in quanto titolare di una posizione apicale in termini di controllo, organizzazione e vigilanza sulla produzione e distribuzione del sangue umano e degli emoderivati,  non deve limitarsi a fissare direttive, ma deve concretamente esercitare un’attività di controllo e di vigilanza in ordine alla pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati, al fine di vigilare attentamente sulla loro preparazione e sulla loro utilizzazione nonché sul concreto rispetto della disciplina precauzionale da parte dei destinatari.

In altri termini, “dal Ministero si esigono controlli efficienti e costanti, oltre all’adozione di tutte le cautele possibili al fine di escludere che un contagio si verifichi proprio a seguito di controlli poco efficienti o per la mancata verifica che le cautele prescritte siano in concreto adottate”.

Il fenomenico processo penale partenopeo, dunque, non poteva condurre a risultati giuridici differenti.

Ma, al di là delle aspettative dei contagiati e dei familiari delle vittime vanificate dall’esito del giudizio penale, bisogna evidenziare che lo Stato risulta comunque assente anche sotto il profilo dell’effettivo risarcimento.

Quando il Ministero della Salute viene condannato, non paga. I danneggiati, non potendo aggredire i beni della Pubblica Amministrazione -perché impignorabili-, sono costretti a rivolgersi al Tribunale Amministrativo per la nomina di un Commissario che proceda con la liquidazione.

Anche i risarcimenti transattivi che lo Stato aveva offerto nel 2007 ai contagiati solo in minima parte sono stati versati.

Senz’altro le sofferenze dei contagiati e dei familiari delle vittime non hanno prezzo, ma non trovando tutela penale e non ottenendo il ristoro del danno dalla tutela civile nonostante la condanna, quelle stesse sofferenze continuano ad aumentare in maniera esponenziale. Le vittime sono così spogliate da ogni tutela.

Quella tutela dello Stato che è assente ingiustificata e ingiustificabile.

Avv. Emanuela Foligno

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