Il ragazzo, affetto da scoliosi idiopatica, non poteva essere operato con la tecnica tradizionale in quanto quest’ultima richiede che la colonna vertebrale abbia raggiunto la maturità scheletrica almeno per l’85-90%.

Un intervento innovativo ha consentito di raddrizzare la schiena a un 11enne affetto da scoliosi idiopatica. L’operazione è stata realizzata dal chirurgo Andrea Piazzolla, responsabile del centro scoliosi Uoc di Ortopedia traumatologia universitaria del Policlinico di Bari. Il paziente è un giovanissimo tennista con il sogno di “rendere questo sport parte determinante della sua vita”.

“Questa tecnica operatoria – spiega lo specialista all’Agenzia Dire – è un’arma ulteriore per tutti quei casi che prima non avevano una possibilità di intervento”. Fino a qualche anno fa, infatti, “questi pazienti erano costretti a usare i corsetti anche più di 20 ore al giorno per arrivare in sala operatoria in età più adulta”.

La novità è data dal fatto che le viti vengono introdotte per via laterale soltanto dalla convessità della curva, e tra una vertebra e l’altra è presente una banda, una specie di corda che viene tensionata tra la testa delle due viti raddrizzando così la colonna vertebrale. “Questo – sottolinea Piazzolla – è il principio secondo cui questa metodica funziona”.

La correzione completa non sarà riscontrata nell’immediato proprio perché “è una metodica progressiva, dinamica”.

Il paziente riesce così a conservare la mobilità della colonna vertebrale. Cosa che non sarebbe stata possibile con l’intervento classico che, per essere effettuato, ha bisogno di una condizione essenziale ovvero che “la colonna vertebrale abbia raggiunto la maturità scheletrica almeno per l’85-90%.

Nell’intervento classico – aggiunge lo specialista  – vengono utilizzati dei perni che vengono posizionati nelle vertebre dal di dietro, perni che vengono utilizzati come fossero dei joystick per raddrizzare la colonna vertebrale. A seguire si collega una vertebra con la seguente per ottenere il costrutto più stabile possibile.

“In questo caso – sottolinea Piazzolla – non potevamo aspettare la maturità scheletrica perché ci saremmo trovati dinanzi a quadri di scoliosi grave e quindi a maggiori rischi chirurgici“.

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